Intersezione tra disforia di genere e DCA: alcuni dati

La disforia di genere

La disforia di genere si diagnostica attraverso l’utilizzo del Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali- Versione 5 (DSM-5) quando l’individuo presenta i due seguenti criteri:

  • Incongruità marcata tra sesso di nascita e identità di genere percepita (con conseguente identificazione con il genere opposto), che è stata presente per un periodo uguale o superiore ai 6 mesi;
  • Disagio clinicamente significativo o compromissione funzionale risultanti da questa incongruenza;

Chi soffre di disforia di genere non percepisce il proprio corpo come desidererebbe, in relazione al genere, o sperimenta la condizione di non essere visto/a dalle altre persone per come egli si percepisce. Questo vissuto può essere rafforzato da esperienze quotidiane conseguenti alle aspettative di ruolo di genere nella società. Una diagnosi di disforia di genere si basa soprattutto sul disagio clinicamente significativo che caratterizza l’individuo a seguito dell’incongruità sopra descritta. 

Il DSM-5 identifica inoltre la disforia di genere come un disturbo medico con sintomi psichiatrici (simile ai disturbi dello sviluppo sessuale) e non come un vero e proprio disturbo mentale.

Sempre secondo il DSM-5 , si stima inoltre che una percentuale sempre maggiore della popolazione si identifichi come transgender (coloro che non si riconoscono nel sesso assegnato alla nascita), ma che solo una percentuale ridotta soddisfi i criteri per la diagnosi di disforia di genere

La relazione con i DCA

Secondo lo studio del Trevor Project del 2022, la popolazione transgender ha un rischio più elevato, rispetto alla popolazione cisgender (coloro che si identificano nel sesso assegnato alla nascita), di sviluppare disturbi mentali, tra cui i disturbi alimentari. La discordanza tra sesso biologico ed identità di genere è infatti uno dei fattori di rischio per lo sviluppo di un DCA, soprattutto se la si analizza in relazione al bullismo che ne può conseguire e all’esperienza, o al timore dell’esperienza, di rifiuto da parte di familiari, amic* o collegh*.

In relazione all’aspetto fisico, le persone transgender, in questo caso mi riferisco specificatamente alle persone FtoM (Famale to Male), sempre secondo il Trevor Project, potrebbero sviluppare un DCA come conseguenza del desiderio di voler ridurre il più possibile le caratteristiche del sesso assegnato alla nascita (diminuire i tratti femminili come il seno, i fianchi, o anche eliminare il ciclo mestruale). 

Un importante contributo teorico 

Uno studio recente di Nagata e collaboratori (2020) è stato uno dei primi ad esaminare i disturbi alimentari nella popolazione non binaria, cioè lo spettro delle identità di genere che non si adattano all’interno del sistema binario (uomo o donna). 

I ricercatori hanno valutato 998 partecipanti non binary dallo studio Population Research in Identity and Disparities for Equality (PRIDE), uno studio longitudinale sugli adulti che vivono negli Stati Uniti che si identificano come una minoranza sessuale e/o di genere.

L’obiettivo principale dello studio è stato quello di indagare le norme comunitarie per il questionario sull’esame dei disturbi alimentari (EDE-Q).

Alcuni dati

Partendo da ricerche precedenti, che individuavano nelle persone non binary livelli più elevati di disagio psicologico, meno sostegno sociale, esperienze di bullismo e peggiori risultati di benessere psicologico rispetto alle persone transgender e cisgender, si è arrivati ai risultati seguenti: 

  • il 23% dei partecipanti riferiva restrizioni alimentari; 
  • il 12,9% riferiva episodi di abbuffate;  
  • il 7,4% riferiva lo svolgimento di un esercizio fisico eccessivo; 
  • l’1,4% riferiva di autoindursi il vomito; 
  • l’1,2% riferiva un abuso di lassativi; 
  • Al 13,8% era stato diagnosticato un disturbo alimentare da un operatore sanitario; 

Come ulteriore risultato, non sono state riscontrate differenze significative negli atteggiamenti alimentari o nei comportamenti alimentari disregolati tra individui non binary e uomini transgender. 

Le persone non binary hanno riportato punteggi più bassi di restrizioni e preoccupazione per la forma fisica rispetto alle donne transgender; punteggi più alti di preoccupazioni su alimentazione, peso e forma fisica rispetto agli uomini cisgender; e punteggi più bassi di preoccupazione per la forma fisica rispetto alle donne cisgender.

Sempre secondo uno studio afferente al Trevor project (2022), che analizza il tasso di disturbi alimentari (diagnosticati e sospetti) tra giovani della comunità LGBTQ+ , le persone non binary assegnate donna alla nascita (AFAB) e gli uomini transgender hanno il più alto tasso di diagnosi o di sospetto disturbo alimentare, mentre vi sono tassi simili per donne transgender, persone non binary assegnate maschio alla nascita (AMAB) e per le donne cisgender appartenenti alla comunità LGBTQ+. Il tasso più basso di casi è invece riscontrato negli uomini cisgender appartenenti alla comunità LGBTQ+. Si riporta di seguito un grafico per mostrare i risultati in una maniera più chiara ed immediata.

Un’esperienza personale

Nella mia esperienza personale, di persona non binary AMAB che sta facendo una terapia ormonale femminilizzante, la disforia di genere mi ha portata a detestare diverse parti del mio corpo. Desideravo nasconderlo dagli altri per paura di subire bullismo e/o violenze, volevo diventare invisibile.

Il voler nascondere il mio corpo, mi ha portata a sviluppare un disturbo alimentare di tipo restrittivo.

Inoltre, nel momento in cui ho iniziato la terapia ormonale, ho iniziato ad avere paura che il mio nuovo corpo fosse oggetto di molestie. Questo ha contribuito a farmi cercare di nasconderlo ancora di più.

Bibliografia e sitografia

L’articolo è stato scritto da Shanti, volontaria dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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Ingredienti: Semola di Grano Duro Lucano del Parco Nazionale del Pollino, Acqua.

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Valori Nutrizionali

(valori medi per 100g di prodotto)

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