Ascoltare sé stess* durante la malattia: la riflessione di Giuseppe

ascoltare se stess durante la malattia

“Sii forte”

“Tu non sei la tua malattia…”

“Cerca di non pensarci…”

Sono parole che abbiamo sentito decine, centinaia di volte. Le abbiamo udite, ma raramente ascoltate. Per noi, queste frasi sono come pioggia che batte sui tetti: scivolano via veloci, senza bagnare ciò che sta dentro. C’è una somiglianza amara tra un temporale e questo tipo di supporto: sono gocce che ci colpiscono per un istante, ma che si asciugano poco dopo senza lasciare traccia.

La differenza risiede in due verbi che spesso confondiamo, nonostante attingano allo stesso senso: sentire e ascoltare.

Tra sentire ed ascoltare c’è differenza

Sentire è come l’abbronzatura estiva: intensa, ma temporanea; destinata a sbiadire al primo cambio di stagione.

Ascoltare, invece, è come un tatuaggio: qualcosa che incidi sulla pelle e di cui devi prenderti cura affinché il tratto resti nitido nel tempo. Ascoltare significa fare proprie quelle parole, trasformandole nel coraggio necessario per affrontare la sfida quotidiana: quella convivenza forzata con una malattia che non solo ci accompagna, ma che spesso ci perseguita, cercando di distoglierci da tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Il DCA non ci fa ascoltare noi stess*

Nei disturbi alimentari, il primo legame che si spezza è quello con l’ascolto di sé. Ci si distacca progressivamente dalle proprie emozioni per dare spazio a una voce interiore distorta: un giudice spietato che ci fa sentire costantemente inadeguat*, incompres* e profondamente in difetto.

In questo stato, sentiamo le nostre emozioni (la tristezza, il disagio, la rabbia) ma smettiamo di ascoltarle. Di riflesso, impediamo agli altri di ascoltare noi, reprimendo ogni cosa sotto il peso di un silenzio forzato.

Il secondo legame a deteriorarsi è quello con il corpo. È lì che “sentire” e “ascoltare” si scontrano: il corpo manda segnali (fame, stanchezza, dolore) che noi avvertiamo fisicamente, ma che la voce distorta della malattia ci impone di ignorare. Col tempo, quella voce smette di essere un pensiero e diventa una seconda persona: un ospite che vive e si nutre di noi dall’interno. Un’entità che cresce nell’ombra, prendendo lentamente il controllo di ogni azione, di ogni riflessione e, infine, dell’intera nostra esistenza.

Anche quando tutto ci spinge a mollare, proviamo ad ascoltare

Spesso immagino il mio cervello come una lampadina: un tasto che vorrei solo poter spegnere. Questa malattia è quotidianamente sfiancante, e “spegnersi” appare a volte come l’unico modo per smettere di soffrire e di far soffrire chi ci sta intorno.

Eppure, dentro ognuno di noi, resiste quella vocina che Pascoli definirebbe “del fanciullino“: quella parte che non smette di essere bambina e che continua ad amare la vita nonostante tutto. È una voce piccola, ma è l’unica davvero razionale. È facile da sentire, ma difficilissima da ascoltare. Ascoltarsi è un esercizio complesso, ostacolato dalla paura di smarrire quel controllo che funge da impalcatura al disturbo. Temiamo di entrare in contatto con la nostra parte più fragile, con quella sofferenza che mettiamo a tacere per non deludere le aspettative altrui. In una società che impone ritmi frenetici, fermarsi a riflettere diventa un atto di resistenza: scegliere l’autenticità significa sfidare il timore del giudizio per ritrovare se stessi.

Dobbiamo imparare a discernere quando dare ascolto al nostro giudice interiore e quando, invece, lasciarlo andare. Non abbiamo bisogno di essere i giustizieri di noi stess*: abbiamo bisogno di trovare un equilibrio tra ciò che sentiamo, la nostra essenza e la nostra verità. So bene che a parole sembra tutto semplice, ma diamoci una possibilità. Permettiamoci di sperimentare, di fallire e di rialzarci. Solo così, un giorno, potremo guardarci indietro e dire:

“Ci ho provato, e ce l’ho fatta”.

L’articolo è stato scritto da Giuseppe, volontario dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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