La mia lotta contro la bulimia: riempiamoci di amore, non di cibo

bulimia

Ho lottato per anni contro la bulimia. Mi sono rifugiata nel cibo, era diventato il mio unico amico. Durante questi ani ho capito che ognuno di noi ha la propria storia, il proprio vissuto, le proprie esperienze personali, eppure, quando parliamo di un disturbo alimentare, ho notato, parlando e confrontandomi con ragazze che come me hanno vissuto questa realtà, che le radici da cui prende vita questa malattia non sono poi così diverse, anzi, presentano notevoli somiglianze.

Vorrei raccontarti una parte di me

Oggi mi piacerebbe raccontarti un pezzo delle mie radici, con l’obiettivo di creare in te, si proprio tu che stai leggendo,  l’opportunità di rispecchiarti e capire se anche in te esperienze del genere hanno creato un rapporto confusionale e preoccupante con il cibo.

Ci definiamo in base ai rapporti e alle relazioni umane. Quando nasciamo, fino ai vent’anni circa, le persone che ci aiutano a plasmare il carattere e le credenze sono, su per giù, sempre le stesse: la nostra famiglia. Ogni bambino guarda la propria mamma e il proprio papà indossando un paio di occhiali diversi rispetto a quelli con cui guarda il resto del mondo. Si tende ad amplificare e idealizzare quell’immagine, ci si fida totalmente di loro perché non potranno farci del male.

Eppure da bambini non è per nulla facile capire se quelle parole, quei giudizi, vengano dette per il nostro bene.

A partire dai 10 anni, ricordo benissimo come molte delle attenzioni che ricevevo erano quelle relative al mio corpo. Ammetto che il mio corpo non rispettava le forme che una bambina di quell’età avrebbe dovuto avere, solo perché diverso da quello di tutte le mie coetanee.

Il mio corpo era diverso da quello delle mie coetanee

Non passava occasione in cui non mi venisse fatto notare che mangiavo troppo. Tuttavia nessuno ha mai cercato di capire il perché dei miei piatti sempre così pieni e del mio cuore così vuoto.

Con il passare del tempo, mi abituai al pensiero di non essere adeguata, di essere diversa, di dover necessariamente cambiare se avessi voluto ricevere delle parole diverse, se avessi voluto essere accettata. Eppure, tutto questo mi sembrava un controsenso. Nessuno sembrava offrirmi una soluzione al problema, i piatti erano sempre uguali. Nell’adolescenza il problema ha cominciato a ridimensionarsi. Il mio corpo iniziò a cambiare finalmente nella giusta direzione. Improvvisamente tutti qui giudizi si trasformano in parole di apprezzamento.

Per me magro significava bello

Fu in questo preciso momento che il mio cervello iniziò ad associare il concetto di “bello” a quello di “magro”. Credevo che la bellezza di una persona fosse collegata alla sua taglia. Questo me lo hanno fatto capire per primi i miei genitori: come potevo non fidarmi di loro che volevano solo il mio bene? Cominciai ad essere ossessionata dall’idea di dover essere magra. La magrezza cominciò a perseguitarmi. Il tutto peggiorò quando cominciai il liceo: sottoposta allo sguardo e al giudizio di centinaia di ragazzi ogni giorno.

Quello che mi ripetevo ogni giorno era “Tu non devi ingrassare”. Eppure a causa di un subdolo meccanismo messo in atto dalla nostra mente, quel “non” improvvisamente scompare e il messaggio che viene percepito è l’opposto. È così che è cominciata una dura lotta contro la bulimia. Una lotta che sarà alimentata nel corso degli anni da episodi di bullismo e body shaming durante le scuole medie e superiori. Questi episodi contribuirono ad accentuare le mie difficoltà. Ho cominciato a rifugiarmi nel cibo. Il cibo era diventato il mio unico amico, l’unico da cui non mi sentivo giudicata.

Il cibo era il mio unico amico

Forse il migliore amico, sempre disponibile. Era incapace di giudicarmi come, invece, facevano tutti gli altri. L’ho scelto e ho continuato a sceglierlo per anni, fino a quando non mi sono resa conto che quel caro amico aveva iniziato a crearmi non più quella sensazione di piacere come all’inizio, perché stava peggiorando terribilmente la mia frustrazione, la mia rabbia, i miei sensi di colpa, nonché la mia salute fisica e mentale. Le abbuffate erano diventate abbondanti, sempre più frequenti, devastanti.

Il mio corpo si allargava, allontanandosi dai canoni che mi avevano insegnato a rispettare. Avevo consumato la mia autostima fino a disgregarla. Ero arrivata a credere di valere meno di zero e non poteva essere altrimenti. Per anni sono stata circondata da voci che ripetevano tutte la stessa cosa, voci che inevitabilmente si sono poi stanziate saldamente nella mia testa, perseguitandomi come demoni. Dopo aver toccato il fondo ed essermi sentita vicino al tracollo totale, decisi che era arrivato il momento di fare qualcosa. Non sapevo minimamente dove stessi andando. Avevo cominciato a risolvere la situazione? Non ne avevo la più pallida idea.

La terapia è stata la mia salvezza

Capii che dovevo affidarmi ad un’esperta. Da solo non potevo salvarmi. Non avevo alcune speranza di poter guarire o cambiare la situazione, pensavo. Incredibilmente, dopo mesi di sfiducia verso la terapia, quei demoni parlanti  hanno cominciato a non assillarmi più. Ho cominciato a capire, grazie alla terapia, che la mia bellezza non dipendeva da una taglia 40, delle gambe magre e una quarta di seno. Non dovevo più permettere ad Eleonora di basare il suo valore unicamente su un giudizio estetico. La cosa più importante che ho capito è che io non devo dimostrare niente a nessuno, se non a me stessa.

Dopo tanti anni di sofferenza, sento di aver donato a me stessa una seconda vita, piena di serenità, leggerezza, passione, in cui l’unica cosa che conta è l’opinione che io ho di me stessa. Ora non c’è più spazio per quella degli altri, nemmeno per quella di mio padre e mia madre. Sicuramente essere genitori non è per niente semplice, anzi, c’è chi dice che sia il mestiere più difficile del mondo, anche se molte volte questa frase mi sembra la soluzione perfetta per giustificarsi dietro un luogo comune e non prendersi le proprie responsabilità. Piuttosto che evidenziare le loro imperfezioni fisiche, fategli notare quanto gli volete bene ai vostri figli. Un giorno, gli permetterete di vivere una vita più serena.

Questo articolo fa parte della rubrica “Storie”, creata e redatta da Animenta. Tutti i contenuti pubblicati sono stati revisionati e approvati dal protagonista della storia.

Contenuto a cura di Eleonora Peluso

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Pasta Secca 500g

Ingredienti: Semola di Grano Duro Lucano del Parco Nazionale del Pollino, Acqua.

Tracce di Glutine.

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(valori medi per 100g di prodotto)

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Prodotto e Confezionato da G.F.sas di Focaraccio Giuseppe
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