Vivere un corpo grasso: il peso della grassofobia in ottica intersezionale 

grassofobia intersezionale

La società occidentale ha costruito un’idea oggettiva di corpo “giusto”: produttivo, controllato, desiderabile, conforme… magro!  Il corpo grasso invece è da attribuirsi all’eccesso, alla mancanza di volontà, alla pigrizia ed al fuori controllo: questa è grassofobia.

Le modelle con corpi molto magri e il modo in cui la magrezza viene associata alla bellezza, alla  popolarità e alla felicità costituiscono dei chiari esempi. Questo standard irrealistico cataloga le  tipologie di corpo che non rientrano nell’ideale prescritto come indesiderabili e “diverse”. 

I dati secondo la scienza 

Il termine “magro”, secondo la scienza, non è solo un giudizio estetico ma una condizione misurabile del corpo, legata principalmente alla quantità di massa grassa rispetto alla massa magra (muscoli, ossa, organi, acqua). Generalmente, per la misurazione, viene utilizzato il cosiddetto IMC (Indice di Massa Corporea) o BMI (Body Mass  Index) che si calcola con peso (kg) / altezza² (m²). 

Secondo l’World Health Organization

  • < 18,5 → sottopeso 
  • 18,5 – 24,9 → normopeso 
  • 25 – 29,9 → sovrappeso 
  • ≥ 30 → obesità 

Una persona viene considerata “magra” in senso clinico quando è sottopeso (IMC sotto 18,5).  Però l’IMC non distingue tra muscolo e grasso, portando così a considerare, ad esempio, un atleta molto muscoloso come “sovrappeso”. 

Eppure per anni, soprattutto in ambienti come scuole, palestre e social media, si è trasmessa l’idea che un corpo magro, anche che sia sottopeso, sia sinonimo di bello.

La ruota del privilegio

L’immagine rappresenta una ruota del potere e del privilegio, uno strumento usato in ambito  educativo e sociale per visualizzare come diverse caratteristiche personali influenzino il livello di potere, privilegio o marginalizzazione di una persona nella società. 

È un adattamento grafico di concetti sviluppati nel tempo in ambito accademico e attivista, come quello introdotto da Kimberlé Crenshaw alla fine degli anni ’80 o le “Teorie sul privilegio” (ad esempio il “white privilege”) sviluppate da studiose come Peggy McIntosh. 

La struttura della ruota è caratterizzata da un centro che costituisce il “potere”: più una persona si trova vicino al centro, più è associata a posizioni socialmente privilegiate. Gli anelli concentrici identificano condizioni progressivamente più marginalizzate ed infine gli  spicchi tematici indicano la sezione o un ambito identitario o sociale. 

Nel nostro caso, è possibile osservare come nel tema della corporatura, l’aggettivo “magro” sia  uno dei centri del potere. 

Grassofobia 

La grassofobia non è una semplice preferenza soggettiva. È un sistema culturale che associa la magrezza alla disciplina, al successo, alla salute e perfino al valore morale. E quando guardiamo questo fenomeno attraverso la lente dell’intersezionalità (concetto sviluppato da  Kimberlé Crenshaw) capiamo che il peso non agisce mai da solo. 

Questa cultura dell’epoca contemporanea va a creare degli stereotipi difficili da modificare con conseguenze quali commenti non richiesti sul corpo, discriminazioni lavorative silenziose, esclusione simbolica dagli immaginari di desiderabilità e riduzione dell’identità alla sola dimensione del peso. 

E proprio lo stigma sul peso a permettere alla grassofobia di sfociare nel body shaming, concetto  rafforzato dalla cultura della dieta e della perdita di peso, che, sfruttando soprattutto i media, raffigura il grasso corporeo come un difetto da correggere. 

Non si tratta di fragilità individuale. Si tratta di gerarchie sociali. 

Inoltre non tutte le persone grasse vivono la stessa esperienza: c’è una pressione maggiore per  determinati gruppi di persone nella nostra società ed essa varia significativamente a seconda delle posizioni sociali occupate. 

Genere, razza, classe sociale e disabilità: l’intersezione con la grassofobia

La normatività corporea colpisce in maniera sproporzionata le donne, i cui corpi sono storicamente oggetto di regolazione sociale. La pressione verso la magrezza si inserisce in un più ampio dispositivo di controllo del corpo femminile. 

La costruzione del corpo grasso come “eccessivo” o “indisciplinato” si intreccia poi con immaginari  coloniali e razzializzati. In diversi contesti storici, la corporeità delle persone nere è stata rappresentata come iperbolica o non conforme agli standard occidentali di rispettabilità.

La narrazione che associa il peso esclusivamente a scelte individuali ignora la dimensione strutturale delle disuguaglianze. L’accesso differenziato a risorse economiche, spazi abitativi  sicuri, tempo libero e servizi sanitari incide profondamente sulle traiettorie corporee. 

La grassofobia si interseca con l’abilismo nella misura in cui entrambi i sistemi producono una gerarchia di corpi considerati funzionali, autonomi e produttivi rispetto a corpi percepiti come “problematici” o “costosi” per la società. 

Combattere la grassofobia

Come si spiega infatti nell’articolo “Your guide to understanding and combating fatphobia”,  pubblicato sul blog di All About Obesity, la grassofobia non sempre si manifesta attraverso critiche verbali o di altro tipo. Ciò distingue la grassofobia dal fat shaming, ovvero il comportamento di chi deride o insulta una persona sovrappeso con l’obiettivo di costringerla al silenzio e alla sottomissione. In altre parole, il fat shaming costituisce una forma di discriminazione più esplicita rispetto alla grassofobia, che comporta una paura e un atteggiamento di rifiuto nei confronti delle persone grasse e del grasso in generale. 

Secondo All About Obesity, il primo passo per combattere la grassofobia consiste nell’analizzare  il pregiudizio e lo stigma legati all’obesità con l’obiettivo di comprenderli. 

Negli ultimi anni movimenti come il “fat acceptance” hanno aperto spazi di narrazione  alternativa, anche se il mercato ha rapidamente assorbito parte del discorso attraverso una body positivity spesso svuotata di dimensione politica. 

5 strategie concrete

Nell’articolo di All About Obesity precedentemente citato vengono proposte cinque strategie  per affrontare ed eliminare la grassofobia: 

  • Prestare attenzione al linguaggio, evitando qualsiasi commento o giudizio basato sul peso. La verità è che spesso non sappiamo cosa  stanno passando le altre persone. Per questo, è importante trattarle con gentilezza ed  empatia, abbandonando i commenti sul peso e restituendo loro la libertà di essere esattamente come sono. 
  • Difendere sé stessi e gli altri dai comportamenti scorretti. Ricordiamo che ogni essere umano ha diritto al benessere psicofisico e merita di essere trattato con dignità e rispetto. Quindi, se qualcuno che conosciamo dimostra di avere un  pregiudizio sul peso e adotta comportamenti stigmatizzanti, è fondamentale farglielo notare e chiedergli di smettere. 
  • Contrastare la propria grassofobia. Tutt* formuliamo giudizi negativi su noi stess*, ma se la nostra tendenza a criticarci si estende alle altre persone,  portandoci a commentare costantemente i corpi altrui, dobbiamo mettere in discussione  il nostro modo di pensare. Nessuno di noi è un oggetto da esaminare e giudicare, e non lo sono nemmeno gli altri. Questa è la nostra opportunità di dare il buon esempio.
  • Imparare ad apprezzare, e poi ad amare, il nostro corpo. È un percorso difficile, soprattutto se abbiamo passato anni a disprezzare il  nostro aspetto e a criticarci in ogni occasione. Tuttavia, è uno dei traguardi più  importanti che possiamo raggiungere. Iniziamo con l’apprezzare un piccolo dettaglio e pensiamo al motivo per cui ci piace quella parte del nostro corpo. Dopo aver fatto questi  piccoli passi, sarà il momento di compiere passi più grandi, come accettare le parti del  nostro corpo che tendiamo a nascondere. Questo processo potrebbe richiedere più tempo, ma non dobbiamo demordere. Parte della lotta alla grassofobia consiste nell’abbattere il suo dominio sui nostri pensieri, imparando ad apprezzare e ad amare noi stessi, compreso il corpo che abitiamo in questo mondo. 
  • Diffondere informazione e consapevolezza sul tema della grassofobia. Quest’ultima, essendo una forma di pregiudizio, esiste prima di tutto nella mente delle  persone. E poiché nessuno di noi nasce con la paura dei corpi grassi, occorre cercare di  cambiare questi pensieri. Un modo per farlo è condividere risorse, come blog e articoli,  per aiutare le persone a capire non solo che la grassofobia esiste, ma anche quali possono essere le sue conseguenze. Più aumentiamo la consapevolezza, più possibilità abbiamo di  combattere il fenomeno. 

Riconoscere il valore oltre al peso per annientare la grassofobia

Affrontare la grassofobia non significa negare la complessità del rapporto tra corpo e salute. Significa smettere di ridurre le persone al loro peso. Significa riconoscere che il valore umano non è una misura antropometrica. 

E’ necessario interrogarsi sui modelli estetici e produttivi che consideriamo “normali”. Serve chiedersi chi ne resta fuori, promovendo la salute e il controllo sociale dei corpi, tra benessere e stigmatizzazione. 

Una società più equa è quella che garantisce rispetto e diritti a tutti i corpi, senza gerarchie implicite o giudizi morali mascherati da consigli. Il valore e la dignità di una persona non possono essere misurati in base alla sua taglia. 

Vorrei concludere con una frase che permette di sciogliere un po’ questo nocivo concetto.

“Sei bella ma sei così tante altre cose che essere bella non è importante.”

L’articolo è stato scritto da Caterina, volontaria dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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