Oltre lo specchio: il ruolo dell’enterocezione nei DCA

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Quando parliamo di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), l’attenzione cade spesso sull’immagine corporea e sul rapporto con lo specchio. Tuttavia, esiste un “senso” fondamentale che opera dall’interno della persone e che gioca un ruolo cruciale nella comprensione e nel trattamento di questi disturbi: l’enterocezione.

L’enterocezione è il processo attraverso il quale il sistema nervoso percepisce, interpreta e integra i segnali che provengono dall’interno del nostro corpo. È una sorta di mappatura momento per momento del nostro panorama interno, che avviene sia a livello conscio che inconscio.

Mentre i cinque sensi classici, che costituiscono l’esterocezione, ci informano sul mondo esterno, l’enterocezione ci permette di percepire lo stato interno del nostro corpo, come la fame, la sazietà, la sete, il battito cardiaco o il dolore.

La disregolazione dell’enterocezione nei DCA

Le ricerche dimostrano che nei Disturbi del Comportamento Alimentare esiste una vera e propria disregolazione dell’elaborazione enterocettiva, in particolare nelle aree responsabili della valutazione dei segnali corporei.

L’insula, l’area maggiormente responsabile della percezione dei segnali corporei, nei DCA (specialmente nella bulimia) mostra un pattern paradossale di attivazione:

  • Iperattiva nei confronti di stimoli legati al corpo, al peso e all’ansia
  • Ipoattiva nei confronti di segnali fisiologici come fame, sazietà e piacere alimentare

Questa dissociazione contribuisce alla difficoltà di fidarsi delle sensazioni interne e crea quello che gli scienziati chiamano “segnali afferenti rumorosi”: una comunicazione confusa e inaffidabile tra corpo e mente.

La corteccia prefrontale, responsabile del controllo cognitivo, risulta invece sovraattiva. Il corpo invia segnali, ma la mente li sovrascrive con pensieri rigidi, regole ferree e paure. Il risultato? Una costante battaglia tra ciò che il corpo chiede e ciò che la mente impone.

    La restrizione alimentare inoltre altera i meccanismi di reward (ricompensa): il cibo non produce più piacere, la fame non viene percepita come un bisogno legittimo e la rigidità comportamentale viene paradossalmente rinforzata.

    Questi segnali viaggiano dalle cellule del corpo attraverso le fibre nervose fino al talamo, che funge da stazione di rilancio, per poi raggiungere l’insula, una regione cerebrale che porta queste sensazioni alla consapevolezza cosciente.

    Enterocezione ed emozioni: un legame indissolubile

    L’enterocezione è strettamente legata alle emozioni. Spesso usiamo i segnali fisici per capire come ci sentiamo: un battito accelerato può essere interpretato come ansia o eccitazione a seconda del contesto. Chi ha difficoltà enterocettive può faticare a identificare le proprie emozioni e quelle degli altri, rendendo ancora più complesso il rapporto con il cibo, il corpo e le relazioni.

    Esistono due dimensioni principali che caratterizzano le differenze individuali:

    1. Accuratezza enterocettiva: quanto siamo bravi a percepire con precisione i segnali biologici
    2. Attenzione enterocettiva: quanto spesso notiamo e portiamo l’attenzione su questi segnali nella vita quotidiana

    Nelle persone con DCA, entrambe queste dimensioni possono risultare compromesse.

    Il percorso terapeutico: ricostruire il dialogo corpo-mente

    Comprendere l’enterocezione ci offre una nuova prospettiva per il trattamento dei DCA. Riconoscere che la difficoltà nel gestire l’alimentazione non è una “mancanza di volontà”, ma una reale sfida del sistema nervoso nel percepire i segnali interni, può ridurre il senso di colpa e aprire la strada a strategie terapeutiche più efficaci e compassionevoli.

    Il lavoro terapeutico si articola su più livelli, tutti finalizzati a ristabilire la connessione interrotta tra corpo e mente.

    1. Riapprendere il linguaggio del corpo. Il primo passo consiste nell’esposizione graduale ai segnali corporei, guidando l* paziente a riconoscere le piccole sensazioni spesso ignorate: la tensione muscolare, il brontolio dello stomaco, le variazioni di energia durante la giornata, il ritmo del respiro. Si tratta di ricostruire una familiarità perduta, di reimparare un linguaggio dimenticato.
    2. Ristabilire la sicurezza attraverso la regolarità. Parallelamente, la normalizzazione nutrizionale gioca un ruolo fondamentale. Un pattern alimentare regolare permette al corpo di uscire dalla modalità di emergenza, di riattivarsi e tornare a mandare segnali affidabili. La fame ricompare quando il corpo si sente al sicuro, quando riconosce di non dover più razionare le energie per sopravvivere.
    3. Liberare spazio mentale. La ristrutturazione cognitiva delle regole alimentari rigide è essenziale per creare lo spazio necessario all’ascolto enterocettivo. Quando la mente allenta il controllo ossessivo e le imposizioni ferree, il corpo può finalmente farsi sentire senza essere immediatamente silenziato o ignorato.
    4. Abitare il corpo con gentilezza. Infine, le pratiche corporee sicure (come il body scan, lo stretching leggero, gli esercizi di grounding e la respirazione diaframmatica) offrono strumenti concreti per ricostruire un senso di presenza e di “abitare” il proprio corpo. L’elemento chiave è che queste pratiche non siano orientate alla forma fisica o al controllo, ma alla consapevolezza e all’accettazione.

    Questo approccio integrato permette a* pazienti di ricostruire gradualmente la fiducia nei propri segnali interni e di sentirsi nuovamente sé stess*.

    Una nuova domanda da porsi

    Non si tratta solo di chiedersi “come mi vedo?”, ma di imparare di nuovo a chiedersi “cosa sento?”. Lavorare sulla ricostruzione dell’enterocezione è fondamentale per permettere a* pazienti di sentirsi integri, competenti e presenti nel proprio corpo.

    Comprendere questi meccanismi neurobiologici non significa ridurre la complessità dell’esperienza umana a processi cerebrali, ma riconoscere che mente e corpo sono profondamente interconnessi e che la guarigione richiede di ricostruire questo dialogo interrotto.

    Il percorso di recovery dai DCA passa anche attraverso il riapprendimento di questo linguaggio interno, la ricostruzione di una fiducia nelle proprie sensazioni e la riscoperta che il corpo non è un nemico da controllare, ma un alleato da ascoltare.

    L’articolo è stato scritto da Francesca, volontaria dell’Associazione

    Contenuto a cura di Animenta

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