Se vi promettessero la realizzazione di un vostro desiderio irraggiungibile, se vi giurassero di rendere l’impossibile possibile, cosa sareste pront* a dare in cambio? Se vi si presentasse davanti qualcun*, o qualcosa, che giura di dimostrarvi che con il suo aiuto potreste modificare la realtà secondo i vostri desideri mai avverati, che prezzo sareste dispost* a pagare? E soprattutto, se quest* qualcun* vi giurasse di non volere nulla in cambio, gli o le credereste?
Si è presentato così il DCA un giorno a un* ragazz*. Si è presentato con l’inganno, giurando che gl* avrebbe dato tutto, senza chiedere nulla in cambio. Gl* ha promesso tutte le attenzioni del* altr*, il loro affetto, la loro stima, il loro amore, la loro riconoscenza nei suoi confronti. Avrebbe avuto tutto questo, in cambio di niente. O quasi.
Sì, perché la malattia voleva una cosa sola, di cui si sarebbe occupata lei soltanto: il controllo del suo corpo. E l* ragazz* si ritrovò in una prigione dorata, fatta di promesse da pagare con la sua salute, di giochi subdoli della mente, che ormai non era solo più sua, ma che doveva condividere con chi aveva promesso di portarl* dove voleva arrivare. Una ricompensa quando si comportava bene, dieci dannazioni quando si comportava male, diversamente da come il DCA voleva. Ma quella ricompensa valeva più di tutto, tanto da offuscare la mente del* ragazz*, che subito puntava a un’altra ricompensa, senza potersi rendere conto di star pagando con il prezzo della vita.
Il DCA è il partner in una relazione tossica
Quella con il DCA può essere assimilabile a una relazione tossica, un rapporto di amore e odio con la malattia. Il DCA diventa il centro per l’altra persona perché tutto deve passare attraverso di esso e, se questo non avviene, il conto da pagare è salato.
Ma lasciarlo, per la persona, significa abbandonare quelle che teme siano le uniche certezza rimastegl*, l’unico scampolo di speranza di poter ottenere tutto quello che il DCA ha promesso. Ed è a questo minimo scampolo di speranza che bisogna aggrapparsi, con il massimo della forza residua, per ritrovare la strada.
Reindirizzare la speranza verso il recovery da DCA
Mi sono sempre detta che la speranza ormai fosse finita, perché lasciare la malattia mi risultava impossibile. Il solo pensiero mi appariva assurdo. Come avrei potuto?
Eppure, paradossalmente, continuavo a riporre speranza nella malattia, a stare nella bolla, nella sua prigione dorata, ad ascoltare la campana del disturbo, affidandogli la mia speranza residua. Ed è proprio questo il punto. Era esattamente quella speranza che doveva cambiare rotta. Sperare di non dover più sperare nel disturbo per poter vivere, finalmente. Vivere e basta. Perché quella non era vita, non più.
I passi verso il recovery da DCA
Avvicinarsi al recovery, per chi soffre di DCA, risulta tanto complesso quanto è grande il desiderio, per quanto nascosto sotto strati di paura, di tornare a essere liber*. E la ragione principale è per lo più legata alle promesse iniziali, quelle che la malattia fa quando bussa per la prima volta alla porta di qualcun* e poi entra, senza permesso. Perché questo deve essere chiaro: non esiste chi voglia avere una malattia, né chi voglia patire tanta sofferenza. Esiste chi ha bisogna di aiuto e lo trova nelle mani sbagliate. Ma quelle mani che ammanettano, una persona non se le cerca.
Le promesse, quindi, dell’accettazione altrui e dell’amore altrui, vengono prima di ogni cosa e a discapito dei propri sentimenti, come riporta una testimonianza per NEDA (National Eating Disorders Association). Ci si dimentica, infatti, delle vere ragioni per cui si vuole ritrovare la libertà, uscire dalla gabbia dorata. Le nostre ragioni, quelle di ognun* di noi, e di nessun* altr*.
“[…] Come società, siamo spint* a soddisfare i bisogni degl* altr*, a discapito dei nostri. Viene esercitata una pressione nascosta, che vuole dettare i giusti modi e tempi di guarigione. Alla fine, scelsi di voler guarire per poter vivere la vita che io volevo.”
“Per anni ho aspettato il momento giusto per iniziare il percorso verso la guarigione. Ma sono stat* davvero in grado di iniziarlo quando ho capito di doverlo fare per me stess*. […] Chiedere aiuto non è la fine del mondo, ma lasciare che il disturbo alimentare ti controlli è la fine della tua vita”.
Queste sono le testimonianze di un* ragazz* che ha reindirizzato la sua speranza verso vita nuova. E avvicinarsi al recovery è difficile perché la vita là fuori fa paura, perché la malattia è subdola e ci sistema la cella della prigione con finti comfort, tenendoci legat* alla sicurezza del posto sicuro, che di sicuro non ha nulla se non essere l’unica realtà che si conosce finora. L’ignoto fa paura, ma un presente di sottomissione e solitudine ne fa ancora di più.
Se non si è mai pront*, non bisogna aspettare per esserlo
La verità è che non si è mai pront* ad allontanarsi dal disturbo, perché è complesso smettere di credere alle bugie che ci ha raccontato per tanto, troppo tempo. È per questo che aspettare il momento giusto è soltanto tempo in più regalato alla malattia, semplicemente perché il momento giusto non esiste. È l’ennesima bugia di un problema che non vuole lasciarci andare.
E se non si è mai pront*, allora non bisogna aspettare per esserlo. Bisogna partire, senza fare le valigie. Bisogna uscire, anche se fuori piove e non si ha l’ombrello. Perché è naturale non avere gli strumenti per poter iniziare un percorso di recovery da DCA, da sol*. È essenziale il supporto di chi conosce la malattia, e sa come aiutare a lasciarla andare.
Non è richiesto di essere forti, quando non si hanno ancora gli strumenti per esserlo. Ma si può fare uno sforzo, per andare verso la luce.
“Brave people do things before they are ready.”
Ed è così. Il coraggio è fare qualcosa prima di essere pronti per farla.
Non aspettare ciò che non può avvenire. Fallo avvenire tu, adesso.
Non aspettare più per iniziare a vivere. Chiedi aiuto.
L’articolo è stato scritto da Laura, volontaria dell’Associazione




