Che cosa significa indossare una maschera? La prima cosa che viene alla mente è solitamente collegata con eventi e ricordi belli, come le maschere di Carnevale, le maschere dei nostri personaggi preferiti e travestimenti divertenti. Purtroppo, però, la connessione tra DCA e maschere nasconde significati dolorosi e profondi.
Cosa significa quindi indossare delle maschere quando si soffre di un disturbo del comportamento alimentare?
Le piccole bugie che sono le maschere del mio DCA
Prima di approfondire cosa si cela dietro questa unione serve definirla. In senso figurato, indossare una maschera vuol dire dissimulare il proprio carattere e i propri sentimenti, mostrandosi diversi da come si è in realtà.
DCA non è sinonimo di cibo: la vocina che ci guida ci spinge a fingere per proteggere il disturbo stesso, apportando modifiche alla nostra identità ed essenza. Non si tratta di cambiare solo l’alimentazione ma tutti gli ambiti della nostra vita, incluso il modo in cui ci mostriamo al mondo esterno. Possiamo definire le maschere che il DCA ci fa indossare come piccole bugie: “ho già mangiato”, “non ho fame”, “va tutto bene”.
Ma le radici sono strettamente connesse al bisogno di controllo.
Il bisogno di controllo nel DCA
Il DCA è il primo ad indossare una maschera in quanto si presenta come un alleato che impone beneficio, modifica le nostre convinzioni fino a quando è sicuro di aver raggiunto il suo obiettivo: confonderci facendoci del male. È manipolatore ed egoista, raggira con stratagemmi contorti il modo in cui il nostro cervello elabora pensieri ed emozioni. E quando ce ne accorgiamo la vocina ha già preso le redini. Queste maschere diventano necessarie per affrontare la vita di tutti i giorni, per nascondere paure e sentirci protett* davanti a campanelli d’allarme provenienti dall’esterno. Il problema è che questo modus operandi inganna la nostra percezione di avere tutto sotto controllo.
Quando l’ansia e le emozioni dolorose diventano troppo forti da gestire ed affrontare, il DCA (che ci precede) ha già trovato le sue tecniche di azione: minimizza dolore e gravità, evita il problema, nasconde la realtà. Il nostro mantra imposto equivale ad un’estenuate fatica interiore e disciplina nel seguire questa dittatura.
Quando le maschere del DCA si confondono con chi siamo davvero
Con il tempo può succedere qualcosa di più complicato: il confine tra ciò che siamo davvero e ciò che il DCA ci fa essere diventa sempre meno chiaro. A questo punto, i comportamenti non sono più occasionali ma abitudinari. La confusione generale diventa disturbante, la difficoltà nel lottare insuperabile. Ormai è tutto compromesso e la nostra identità si fonde con le maschere. Gusti, valori, preferenze, percezioni, relazioni si mescolano con regole da rispettare e paure da evitare. Ascoltare corpo e mente non è più importante quanto obbedire.
L’identità è il disturbo, noi siamo il disturbo e la vocina. Ormai abbiamo imparato ad affrontare la nostra vita in questo modo, accettando limitazioni, divieti, vincoli. Diventa inconcepibile vivere senza il DCA, non ci si ricorda più com’era la vita senza e per quanto il dolore e lo sfinimento regnino sovrani, la ricerca della libertà diventa troppo difficile e laboriosa.
E dopo un po’ di tempo può emergere una domanda complessa ma importante: quanto di quello che faccio, penso o scelgo appartiene davvero a me?
Riconoscere questa distinzione è fondamentale per riscoprire la propria identità, smettendo di rinunciare a pezzi di vita e a porzioni di noi stessi messe da parte e negate. La vita non è “non posso” e “non devo”, la nostra parte sana che desidera, prova emozioni vere, sa cosa le piace davvero, conosce fragilità e punti forza è con noi. Non è persa, è solo nascosta.
Ricordiamoci chi siamo davvero oltre le maschere
Ecco il cuore del messaggio: anche se il DCA ci ha fatto credere il contrario, noi siamo, prima di tutto, la nostra parte sana. Quella parte non mente, non giudica, non impone regole: ci ricorda chi siamo davvero. Pensiamo alla nostra potente capacità di seguire tutto questo: porta risultati dannosi ma è una nostra qualità che non dipende dal DCA. Questa forza ed energia può essere capovolta e vista con occhi diversi, imparando a sfruttarla a nostro favore per attenuare piano piano il controllo del disturbo.
Guardiamoci, interroghiamoci allo specchio e chiediamoci: chi sono davvero senza il DCA? Quali parti di me sono state silenziate? Quali desideri ho nascosto perché pericolosi o proibiti?
Entriamo in contatto con le nostre fedeli alleate: intimità, coscienza, anima, spirito. Siamo noi lo spirito guida di noi stessi.
L’inquietudine ci ha allontanato un po’ dalla nostra identità che sembra lontana e fragile ma apre le porte al pensiero critico: quale parte di me voglio finalmente far emergere? Quali maschere sono pronte per essere tolte? E quali desideri posso riscoprire, senza paura, senza giudizio, senza limiti imposti?
L’articolo è stato scritto da Ilaria, volontaria dell’Associazione




