Una delle domande più frequenti quando si parla di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)
è: “Quanto tempo ci vuole per guarire?”. È una domanda comprensibile, ma la risposta non è semplice né uguale per tutte e tutti.
I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) non coinvolgono solo il rapporto con il cibo, ma anche le emozioni, l’identità, il corpo e le relazioni.
Alcune ricerche aiutano a comprendere meglio questa complessità. Uno studio quinquennale condotto dai ricercatori del McLean Hospital sul disturbo da alimentazione incontrollata ha osservato che il 61% delle persone continuava a soffrirne dopo 2,5 anni dalla diagnosi e il 45% anche dopo 5 anni. Inoltre, tra coloro che sembravano aver raggiunto una remissione nei primi anni, circa un terzo ha sperimentato una ricaduta nel periodo successivo.
Questi dati non servono a scoraggiare, ma a restituire un messaggio importante: la guarigione da un DCA è spesso un processo lungo e non lineare. Allo stesso tempo, lo studio evidenzia che le persone che ricevono trattamenti basati su evidenze scientifiche, rispetto a quelle che non si sottopongono a nessun trattamento, hanno maggiori probabilità di migliorare nel tempo.
Capire quali fattori influenzano i tempi della guarigione e quali fasi possono caratterizzare il percorso di recovery può aiutare a guardare a questo processo con maggiore consapevolezza e meno senso di solitudine. E a ricordarci che guarire da un DCA è sempre possibile.
I fattori che possono influenzare i tempi della guarigione
Quando si parla di guarigione da un Disturbo del Comportamento Alimentare, una delle prime cose da tenere a mente è che non esiste un tempo “giusto” o standard per guarire. Ogni persona arriva al percorso di cura con una storia diversa, e diversi sono anche i fattori che possono influenzarne la durata.
Uno dei primi elementi da considerare è la gravità del disturbo alimentare. I DCA possono manifestarsi con intensità molto differenti. In alcune situazioni i sintomi sono più lievi e riconosciuti in tempi relativamente brevi; in altri casi il disturbo è presente da anni e può richiedere un percorso terapeutico più lungo e strutturato. Questo non significa che la guarigione sia più difficile, ma che può essere necessario più tempo per lavorare sulle radici profonde della sofferenza.
Un altro fattore centrale è la tempestività dell’intervento. Riconoscere i segnali di un disturbo alimentare e chiedere aiuto nelle fasi iniziali può facilitare il percorso di recupero. Molte persone, però, convivono con il disturbo per anni prima di parlarne con qualcuno. Vergogna, paura del giudizio o difficoltà nel riconoscere il problema possono ritardare la richiesta di supporto. Anche il supporto sociale e familiare ha un ruolo importante. Affrontare un DCA può essere estremamente faticoso, soprattutto quando ci si sente sol*. La presenza di una rete di sostegno (familiari, amici, partner e professionisti) può offrire uno spazio di ascolto e comprensione che rende il percorso più sostenibile. Sentirsi accolti, senza giudizio, è spesso uno degli elementi che permette di continuare a chiedere aiuto.
Infine, è fondamentale considerare l’approccio terapeutico. I Disturbi del Comportamento Alimentare possono essere complessi e richiedere l’intervento di più figure professionali: psicoterapeuti, nutrizionisti, medici e altri specialisti della salute mentale. Percorsi personalizzati, costruiti sulla storia e sui bisogni della persona, possono sostenere in modo più efficace il processo di guarigione.
Le fasi della guarigione da un DCA
La guarigione da un disturbo alimentare è un percorso a tappe non lineare. Non si tratta di un momento preciso in cui tutto cambia improvvisamente, ma di un processo fatto di passi avanti, trasformazioni e, a volte, anche momenti di frizione e difficoltà.
Come spesso accade, il primo passo verso la guarigione è riconoscere di avere un problema. Per molte persone non è immediato rendersi conto che il rapporto con il cibo, con il corpo o con il controllo sta diventando fonte di sofferenza. I Disturbi del Comportamento Alimentare possono convivere con meccanismi di negazione o minimizzazione. In questa fase, lo sguardo di una persona vicina o il confronto con un* professionista può aiutare a dare un nome a ciò che si sta vivendo.
Il passo successivo è cercare aiuto. La paura del giudizio o la convinzione di dover affrontare tutto da soli possono rendere questo momento particolarmente delicato. Eppure, partecipare a gruppi di supporto, parlare con un medico o un* psicolog* può rappresentare un punto di svolta nel percorso di cura.
Quando finalmente si intraprende un percorso terapeutico, il lavoro è spesso multidisciplinare: la psicoterapia aiuta a esplorare emozioni, pensieri e dinamiche profonde legate al disturbo; un nutrizionista accompagna l* paziente nella costruzione di abitudini alimentari più sane; infine, il monitoraggio di un medico o di un* psichiatra può essere necessario per prendersi cura delle complicanze fisiche e psicologiche della persona.
Con l’impegno e con il passare del tempo, molti pazienti iniziano a sperimentare una maggiore stabilità. I comportamenti alimentari possono diventare più regolari e il rapporto con il corpo inizia lentamente a trasformarsi. Questa è una fase che richiede pazienza, perché i cambiamenti profondi spesso avvengono gradualmente e non sono lineari.
Dopo la fase della stabilizzazione, c’è la fase di mantenimento. Possono esserci momenti di fatica o ricadute, che non devono essere interpretati come fallimenti ma come parte del cammino. Continuare a prendersi cura di sé e mantenere una rete di supporto può aiutare a consolidare i passi fatti.
Guarire da un DCA è possibile
La domanda iniziale non ha una risposta uguale per tutt*. I tempi della guarigione possono essere influenzati da diversi fattori: la gravità del disturbo alimentare, la tempestività con cui si riesce a chiedere aiuto, la presenza di una rete di supporto e la possibilità di accedere a percorsi terapeutici adeguati. Quello che sappiamo è che la guarigione da un Disturbo del Comportamento Alimentare è un processo, fatto di riconoscimento, richiesta di aiuto, cura e costruzione progressiva di un nuovo equilibrio con il cibo, il corpo e le emozioni.
È proprio in questo spazio che realtà come Animenta lavorano ogni giorno. Attraverso informazione, sensibilizzazione, supporto clinico e progetti di comunità, l’associazione si impegna a rompere il silenzio e lo stigma che spesso circondano i disturbi alimentari e a creare luoghi di ascolto in cui le persone possano sentirsi viste e comprese.
C’è una cosa importante da ricordare: non bisogna attraversare tutto questo da sol*. Anche quando il percorso sembra lungo e pieno di fatica, la possibilità di stare meglio esiste.
L’articolo è stato scritto da Camilla, volontaria dell’Associazione



