Settembre ha un suono particolare. Nelle settimane che lo precedono, comincia a farsi sentire prima ancora di arrivare: l’aria che cambia, le pubblicità che parlano di ricominciare, i feed social che si riempiono di agende nuove e propositi di produttività. Per molt*, è un mese atteso, quasi amato, il momento in cui si torna a un ritmo riconoscibile dopo l’estate.
Ma per chi convive con un disturbo del comportamento alimentare, o con un rapporto difficile con il cibo e con il corpo, settembre può essere qualcosa di molto diverso. Qualcosa che si avvicina e che fa paura, anche quando e soprattutto quando, non si riesce a spiegare esattamente perché.
Questo articolo vuole stare in quello spazio: non nella lista di consigli su come sopravvivere al rientro, ma nel tentativo di capire davvero cosa succede quando la routine torna e in che modo è possibile attraversare questa transizione senza che diventi un crollo.
La routine non è solo un orario: cosa si perde e cosa si ritrova
Abbiamo già visto, nell’articolo sulle vacanze con un DCA, come la rottura della routine estiva possa essere destabilizzante per chi soffre di disturbi alimentari. Ma anche il suo ritorno, sorprendentemente, può esserlo e non è una contraddizione: è la stessa medaglia vista dall’altro lato.
La routine è struttura, prevedibilità, un sistema di punti fermi attorno a cui la giornata si organizza. Per chi soffre di un DCA, questa struttura ha spesso una doppia natura: può essere protettiva per via degli orari dei pasti, i momenti di cura di sé, gli appuntamenti terapeutici, ma può anche diventare il contenitore in cui certi rituali e certi controlli trovano il loro posto fisso. Settembre, con il suo ritorno agli impegni, ai ritmi, alle scadenze, può riattivare entrambe le anime di questa struttura contemporaneamente.
A complicare il quadro c’è l’ansia anticipatoria: quella forma di angoscia che non riguarda quello che sta accadendo, ma quello che potrebbe accadere. La ricerca documenta da tempo il legame stretto tra ansia anticipatoria e disturbi alimentari. Uno studio pubblicato su State of Mind che analizza il ruolo dell’amigdala nei DCA, ha evidenziato come nelle persone con disturbi alimentari i circuiti neurali della vigilanza e dell’ansia si attivino con intensità anomala già in fase anticipatoria, prima ancora che l’evento temuto si verifichi. Applicato al rientro dalla routine, questo significa che la paura di settembre comincia spesso ad agosto, o prima ancora, e che il momento più difficile non è il primo giorno di scuola o di lavoro, ma le settimane in cui si sa che si sta arrivando.
Cosa si teme davvero quando si teme il ritorno
La paura del ritorno alla routine raramente riguarda la routine in sé, dietro di essa si nascondono quasi sempre preoccupazioni più specifiche, che bisogna conoscere, perché nominandole si attiva già una forma di presa di distanza.
Una delle più frequenti è la paura del confronto. Settembre riporta nei luoghi in cui si è vist*: la scuola, l’ufficio, la palestra, i contesti sociali. Con essi torna il rischio percepito di essere osservat*, giudicat*, commentat*. Per chi soffre di DCA, che ha già un rapporto difficile con il proprio corpo e con lo sguardo altrui, questa prospettiva può essere particolarmente gravosa. I commenti post-estivi sul corpo quali «sei cambiat*!», «stai benissimo», «ti sei riposat*, si vede», sembrano innocui ma atterrano su un terreno già sensibile, e possono avere un peso clinico reale.
C’è poi la paura di non riuscire a tenere il passo. Il perfezionismo, che la ricerca individua come uno dei tratti più stabili associati ai DCA, si riattiva con forza nel momento in cui tornano le aspettative di rendimento: scolastico, lavorativo, relazionale. La sensazione di dover ricominciare «alla grande», di dover dimostrare qualcosa, di non potersi permettere di essere in difficoltà mentre tutti sembrano ripartire con energia e chiarezza. Questo tipo di pressione interna può diventare il terreno su cui i sintomi trovano nuova legittimazione. Il controllo sul cibo e sul corpo, in questi momenti, può tornare a sembrare l’unica variabile su cui si riesce davvero ad agire.
Infine, c’è una paura più silenziosa e forse più difficile da articolare: la paura di scoprire come si sta davvero. L’estate, con la sua struttura allentata, può aver mascherato o contenuto certe difficoltà. Il ritorno alla routine, con i suoi ritmi più rigidi e i suoi contesti più esposti, porta con sé il rischio, o la certezza, che alcune cose tornino a galla. Per chi è in percorso terapeutico, questo può tradursi nella preoccupazione di fare un passo indietro proprio quando si stava andando avanti. Per chi non ha ancora chiesto aiuto, può far emergere con più chiarezza che qualcosa non va e questo, paradossalmente, fa paura almeno quanto il sintomo stesso.
Quando la routine diventa rigidità: un confine da conoscere
C’è una distinzione importante che la clinica fa e che è utile conoscere anche fuori dagli studi terapeutici: quella tra routine protettiva e rigidità sintomatica. Non sono la stessa cosa, anche se possono sembrarlo dall’esterno e, a volte, anche dall’interno.
Una routine protettiva è una struttura che sostiene: dà prevedibilità, riduce la quota di decisioni da prendere in momenti di stress, crea spazio per il riposo e la cura di sé. È flessibile il giusto, si adatta agli imprevisti, sopporta una cena fuori programma, non crolla se un giorno è diverso dagli altri. Una rigidità sintomatica, al contrario, è una struttura che imprigiona: deve essere rispettata in modo assoluto, qualsiasi deviazione genera angoscia sproporzionata, e il suo scopo non è sostenere il benessere ma contenere l’ansia attraverso il controllo.
Il rientro di settembre può portare a confondere le due cose. «Voglio darmi una routine sana» è un’intenzione legittima e spesso utile. Ma se quella routine comincia a prescrivere orari precisi per i pasti da rispettare indipendentemente da come ci si sente, o programmi di allenamento che non tollerano eccezioni, o piani alimentari sempre più dettagliati e restrittivi, allora la struttura ha smesso di proteggere e ha cominciato a essere il disturbo con un altro nome.
Riconoscere questo confine non è sempre facile, soprattutto dall’interno. Un segnale utile è chiedersi: questa routine mi dà libertà o me la toglie? Mi permette di essere presente nelle cose che faccio, o mi tiene preoccupat* del rispetto di un piano? Se la risposta inclina verso la seconda opzione, vale la pena parlarne con qualcun*, un terapeuta, una persona di fiducia, il proprio team di cura.
Il rientro quando si è in percorso terapeutico
Per chi sta già seguendo un percorso di cura per un DCA, settembre ha una specificità ulteriore. È il momento in cui la terapia stessa riprende ritmo, dopo le pause o i rallentamenti estivi. Questo può essere contemporaneamente un sollievo e una fonte di ansia.
La ripresa degli appuntamenti terapeutici porta con sé la necessità di fare un bilancio: com’è andata l’estate? Cosa è successo? Cosa si sente? Questo bilancio può sembrare spaventoso, soprattutto se l’estate non è andata come si sperava. È importante sapere che fare un passo indietro in un momento di transizione non è un fallimento del percorso:. È una delle dinamiche più documentate e più normali nel trattamento dei disturbi alimentari, che per loro natura si muovono in modo non lineare. La guarigione non è una retta ascendente e un settembre difficile non cancella i progressi fatti.
Allo stesso modo, se durante l’estate il supporto terapeutico è stato ridotto o sospeso, e si sente che qualcosa ha cominciato a scivolare, settembre può essere il momento giusto per riprendere un contatto, anche solo per valutare insieme a un professionista come si sta e cosa serve. Non è necessario essere «in crisi» per chiedere supporto: la prevenzione di una ricaduta vale quanto il suo trattamento.
Il rientro quando si sta ancora aspettando aiuto
Non tutt* coloro di chi legge queste parole è in terapia. Molt* si trovano in quel territorio di mezzo, sanno che qualcosa non va, sentono che il rapporto con il cibo o con il corpo è fonte di sofferenza, ma non hanno ancora trovato il modo, il momento o le risorse per chiedere aiuto. Per queste persone, settembre può sembrare un mese particolarmente difficile in cui ricominciare.
Quello che la ricerca e l’esperienza clinica concordano nel dire è che prima si accede a una valutazione, più è probabile che il percorso di cura sia efficace e meno lungo. Non serve avere una diagnosi formale, non serve essere «abbastanza malat*», non serve toccare un fondo. Serve riconoscere che si sta soffrendo, e che la sofferenza merita attenzione.
Se settembre, con il suo ritorno alla visibilità e alle aspettative, fa emergere con più chiarezza una difficoltà che fino ad ora è rimasta in ombra, forse vale la pena trattarla come un segnale, non come un peso ulteriore da sopportare da sol*.
Come accompagnare il rientro: alcune cose che possono aiutare nel ritorno alla routine
Non esiste una formula universale, e sarebbe sbagliato proporne una. Quello che funziona dipende dalla persona, dal tipo di difficoltà, dal contesto e da dove ci si trova nel proprio percorso. Ci sono però alcune posture, più che consigli pratici in senso stretto, che la letteratura clinica e l’esperienza di chi lavora con i DCA indicano come utili nella fase di transizione.
La prima è abbassare il volume delle aspettative. Settembre non deve essere il mese in cui si risolve tutto, si ricomincia al massimo e si dimostra di stare bene. Settembre può essere semplicemente il mese in cui si torna, con quello che si ha, nel punto in cui si è. Permettersi di ricominciare lentamente, di avere un’agenda meno piena del previsto, di non prendere troppi impegni nelle prime settimane, è una forma concreta di cura di sé.
La seconda è parlare, almeno con una persona, di come ci si sente in questo periodo. Non necessariamente con un professionista, anche se è la cosa più utile, ma con qualcun* di fiducia. Il silenzio intorno alla difficoltà tende ad amplificarla: nominarla, anche solo in parte, crea un po’ di distanza tra sé e il pensiero che la genera.
La terza, per chi è in percorso terapeutico, è anticipare con il proprio team la ripresa. Per esempio di può concordare già prima di settembre come gestire le prime settimane, i momenti più difficili, i possibili trigger, le strategie già testate.
Settembre non è un verdetto
C’è qualcosa nella retorica della ripresa di settembre che è fondamentalmente ingiusta verso chi sta attraversando una difficoltà. L’idea che questo mese sia un momento di valutazione, un esame su come ci si è ripresenti al mondo. Chi riesce a ricominciare forte, organizzato, sorridente passa l’esame. Chi fa fatica, no.
Ma la vita con un disturbo alimentare, e più in generale la vita con qualsiasi forma di sofferenza psicologica, non funziona secondo il calendario scolastico. Non si guarisce in estate per poi rientrare guarit*, non si crolla a settembre perché si è deboli, si attraversa quello che si attraversa, nel momento in cui si è, con le risorse che si hanno.
Settembre può essere un mese di fatica. Può essere un mese in cui alcuni sintomi tornano, in cui ci si sente più fragil* del previsto, in cui la distanza tra come si vorrebbe stare e come si sta sembra più grande. Questo non significa che il percorso sia fallito, né che non ci sia un modo di uscirne. Significa che si è in un punto difficile di un viaggio che ha ancora molta strada davanti e che, in quel punto, chiedere supporto è la cosa più sensata e più coraggiosa che si possa fare.
Fonti
Hoek H.W. (2025) – “The Incidence and Prevalence of Eating Disorders Between 1975 and 2024”, International Journal of Eating Disorders
Dalle Grave R., Calugi S., Sartirana M. – Manuale di terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione nell’adolescenza, Positive Press, 2018
Ragnhildstveit A. et al. (2024) – “Transitions from child and adolescent to adult mental health services for eating disorders”, Journal of Eating Disorders
L’articolo è stato scritto da Rossella, volontaria dell’Associazione




