Tracciare o controllare? Il lato oscuro delle app di fitness

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“Tenere in vita il procione che vive nel tuo cellulare”: è diventato praticamente un trend su TikTok quello di mostrare l’esecuzione dei comandi forniti da questo animaletto simbolo di un’app per il tracciamento delle calorie. Sul social della Gen Z vi sono decine e decine di video che registrano le attività: aprire lo smartphone e registrare quello che si è mangiato a colazione, controllare quanti passi mancano all’obiettivo giornaliero, verificare se le calorie bruciate durante l’allenamento compensano quelle assunte a pranzo. Per milioni di persone, queste azioni sono diventate parte della routine quotidiana, tanto naturali quanto lavarsi i denti. Le app di fitness e di tracciamento alimentare vengono scaricate miliardi di volte ogni anno, vendute come strumenti di empowerment, autoconsapevolezza, salute.

Ma cosa succede quando lo strumento comincia a comandare? Quando non sei tu a usare l’app, ma è l’app a usare te?

Per una parte significativa di chi le utilizza, e in particolare per chi ha già una vulnerabilità nel rapporto con il cibo e con il corpo, queste applicazioni non sono neutre, possono diventare il canale attraverso cui un disturbo alimentare si installa, si rafforza o si nasconde dietro il linguaggio della salute.

Il mercato della salute quantificata

Le app di monitoraggio alimentare e fisico rappresentano oggi uno dei settori in più rapida crescita del mercato digitale della salute. MyFitnessPal, Cronometer, Yazio, Lifesum. I nomi cambiano ma la promessa è sempre la stessa: inserisci quello che mangi, registra come ti muovi, guarda i numeri e la tecnologia si occuperà del resto.

Nell’idea di fondo c’è qualcosa di apparentemente razionale: conoscere è potere, e monitorare i propri comportamenti dovrebbe aiutare a modificarli ed è vero che per alcune persone, in alcuni contesti specifici, questi strumenti possono avere un’utilità reale, anche in ambito clinico. Il problema non è il monitoraggio in sé: è il monitoraggio sganciato da qualsiasi contesto clinico, venduto come stile di vita a chiunque lo scarichi.

Il mercato non distingue tra chi può usare questi strumenti in modo sicuro e chi invece potrebbe farsi del male, non chiede se hai un disturbo alimentare o se sei a rischio di svilupparne uno né se hai una storia di restrizione cognitiva, di perfezionismo, di ansia legata al cibo. Ti chiede solo quante calorie hai mangiato oggi.

Cosa dicono gli studi: dal tracciamento al disturbo

La ricerca sul legame tra app di monitoraggio e disturbi alimentari è ancora in fase di sviluppo, ma i dati disponibili sono tutt’altro che tranquillizzanti. Uno studio di Levinson, Fewell e Brosof del 2017, tra i primi a indagare specificamente l’uso di MyFitnessPal in persone con diagnosi di DCA, ha rilevato che il 73% dei partecipanti percepiva l’app come un fattore che aveva contribuito almeno in parte allo sviluppo del proprio disturbo. Il 30% riteneva che il contributo fosse stato rilevante.

Uno studio successivo di Linardon e Messer del 2019, condotto su un campione di studenti universitari, ha messo in evidenza come chi dichiarava di usare app per il conteggio delle calorie mostrasse livelli significativamente più alti di preoccupazione alimentare e di controllo del proprio peso. Tra chi usava anche app di monitoraggio dell’attività fisica erano più frequenti gli episodi di abbuffata seguiti da comportamenti compensatori. Come sintetizza la revisione pubblicata su State of Mind, i risultati complessivi suggeriscono che per alcuni individui questi dispositivi potrebbero fare più male che bene.

Uno studio sulla popolazione maschile

Un terzo studio, di Simpson e Mazzeo del 2017, ha esaminato il fenomeno in un campione prevalentemente maschile reclutato attraverso community online legate al fitness. Quasi il 40% degli utenti dell’app percepiva lo strumento come un fattore contributivo al proprio disturbo alimentare, riportando livelli più alti di pensiero dicotomico, preoccupazione per peso e forma corporea, e comportamenti restrittivi. Un dato particolarmente rilevante in un’epoca in cui i DCA negli uomini rimangono storicamente sottodiagnosticati.

Va detto con onestà che nessuno di questi studi dimostra una causalità diretta: non possiamo affermare con certezza scientifica che l’app causi il disturbo, ma è possibile che chi ha già una vulnerabilità sia più propenso a scaricare questi strumenti in primo luogo. Quello che emerge con chiarezza è la presenza di un’associazione robusta e coerente tra uso intenso di app di monitoraggio e sintomatologia DCA, ed è già sufficiente per prendere il problema sul serio.

Come un’app di fitness può diventare un sintomo

Per capire perché le app di fitness possano diventare problematiche è utile conoscere un concetto centrale nel trattamento dei disturbi alimentari: la restrizione dietetica cognitiva. Non si tratta necessariamente di mangiare poco in senso fisiologico, ma di vivere il proprio rapporto con il cibo attraverso un sistema rigido di regole: quando mangiare, cosa, quanto, in quale combinazione. Questa modalità è persistente, estrema e inflessibile: qualsiasi deviazione dalla regola viene vissuta come un fallimento morale, non come un aggiustamento ragionevole.

Un’app di tracciamento alimentare può diventare lo strumento perfetto per strutturare e legittimare questa restrizione cognitiva poiché trasforma le regole alimentari in numeri, i numeri in obiettivi, gli obiettivi in feedback immediato. Il disturbo alimentare, che già funziona attraverso logiche di controllo e perfezionismo, trova nell’app un alleato tecnologico che lo rafforza dall’interno, conferendogli un’apparenza di razionalità e salute.

Quattro meccanismi per un unico problema

Ci sono almeno quattro meccanismi attraverso cui questo può accadere.

  • Il primo è la fissazione progressiva: quello che inizia come curiosità o desiderio di mangiare meglio può trasformarsi in un monitoraggio compulsivo che occupa spazio mentale crescente, fino a rendere impossibile consumare un pasto fuori casa senza poterne registrare gli ingredienti con precisione.
  • Il secondo meccanismo è la sostituzione dei segnali interni: quando si impara a fidarsi dell’app più che della propria fame, si perde gradualmente contatto con i segnali corporei di fame e sazietà, esattamente quelli che i percorsi di cura dei DCA cercano di recuperare.
  • Il terzo è il rinforzo del pensiero dicotomico: la logica binaria degli obiettivi giornalieri alimenta quella visione in bianco e nero che è già una caratteristica tipica di molti disturbi alimentari.
  • Il quarto è l’illusione del controllo: per chi vive in un mondo interno caotico e ansioso, l’app offre una struttura che sembra rassicurante. Ma la rassicurazione è temporanea e dipendente dal numero: se il numero è sbagliato, l’ansia torna, più intensa di prima.

Il linguaggio della salute come camuffamento

Uno degli aspetti più insidiosi di questo fenomeno è che avviene interamente nel linguaggio della salute. Pesare il cibo, registrare i pasti, ottimizzare i macronutrienti: tutto questo è socialmente celebrato, spesso ammirato. La diet culture, quella cultura che riduce il valore di una persona alla conformità del suo corpo a certi standard, si è rivestita dell’abito della wellness, e le app sono uno dei suoi strumenti più efficaci.

Questo rende particolarmente difficile riconoscere quando il confine viene attraversato. L’ambiente circostante non manda segnali d’allarme: anzi, spesso rinforza il comportamento. L’amica che chiede «ma tu come fai a mangiare così bene?», il collega che ammira la costanza in palestra, i social media che premiano le trasformazioni fisiche, tutto questo costruisce intorno al comportamento problematico un’aura di successo e autodisciplina che rende ancora più difficile vederlo per quello che è.

Anche l* professionist* della salute, a volte, faticano a intercettare il problema. Un* paziente che arriva in studio con un’app di tracciamento dettagliata e un diario alimentare preciso sembra collaborativ* e motivat* ma quella stessa precisione può essere un sintomo, non una risorsa.

Chi è più vulnerabile

Non tutte le persone che usano un’app di fitness sviluppano un problema. È importante dirlo, per evitare di stigmatizzare uno strumento che per alcune persone, in alcuni contesti, ha un utilizzo del tutto funzionale. La questione non è lo strumento in sé, ma chi lo usa, in quale momento della propria vita, e con quale struttura psicologica di partenza.

La ricerca individua alcune caratteristiche che aumentano il rischio: tendenze perfezionistiche, storia di diete ripetute, presenza di ansia o depressione, età adolescenziale o di giovane adulto, una fase in cui l’identità e l’immagine corporea sono particolarmente in costruzione. Anche un’esposizione intensa alla fitness culture online, con i suoi ideali corporei irraggiungibili, è un fattore di rischio documentato, come abbiamo approfondito nel nostro articolo sulla vigoressia e sulla fitness culture.

La National Alliance for Eating Disorders sottolinea che i disturbi alimentari spesso iniziano con comportamenti che sembrano socialmente accettabili, o addirittura lodevoli. Tra questi, fare attenzione a cosa si mangia, muoversi di più, fare scelte sane. Per chi ha una vulnerabilità, anche non diagnosticata, queste pratiche possono escalare in qualcosa di molto più rigido e pervasivo. L’app può essere l’acceleratore di questa progressione.

Segnali a cui prestare attenzione

Distinguere un uso funzionale da uno problematico non è sempre immediato, perché il confine si sposta gradualmente e spesso senza che ce ne si accorga. Ci sono però alcuni segnali che vale la pena conoscere, in sé stess* e nelle persone vicine.

L’ansia quando non è possibile registrare un pasto è uno dei primi campanelli. Se non inserire un alimento nell’app genera disagio significativo, qualcosa non va. Allo stesso modo, rifiutare situazioni sociali come una cena fuori, un aperitivo improvvisato, un pasto in casa di qualcun altr*, perché non si riescono a controllare ingredienti o porzioni è un segnale che il monitoraggio ha cominciato a restringere la vita.

Controllare l’app ossessivamente durante un pasto, sentirsi in colpa per aver superato un obiettivo numerico, compensare con l’esercizio fisico quello che si percepisce come uno sforamento: sono tutti comportamenti che meritano attenzione.

Altrettanto rilevante è notare se l’app di fitness sta diventando la principale fonte di autostima. Se una giornata è buona o cattiva in base ai numeri registrati, se ci si sente degn* di stare bene solo quando si è rimast* entro certi limiti, allora lo strumento ha smesso di essere un supporto e ha cominciato a essere qualcos’altro.

Un rapporto con il cibo che non passa dallo schermo

Guarire il rapporto con il cibo implica, nella maggior parte dei percorsi terapeutici, ricominciare ad ascoltare il proprio corpo: la fame, la sazietà, il piacere, invece di affidarsi a sistemi esterni di misurazione. È un percorso che va esattamente nella direzione opposta a quella che le app di fitness e tracciamento propongono.

Questo non significa che la tecnologia non possa avere un ruolo nella cura dei DCA. Esistono app progettate specificamente per supportare chi è in percorso terapeutico, costruite con input clinici, che non misurano calorie ma aiutano a tenere un diario emotivo, a identificare i trigger, a praticare tecniche di mindfulness alimentare. La differenza tra queste app e le app di fitness mainstream è fondamentale: non tutte le app che parlano di salute alimentare sono equivalenti, e alcune sono costruite con logiche che vanno nella direzione opposta a quella della cura.

Se ti riconosci in qualcosa di quello che hai letto, o se lo riconosci in qualcun* che ti sta vicin*, può essere utile parlarne con un* professionista specializzat* in disturbi alimentari. Non è necessario avere una diagnosi formale per chiedere supporto. La sofferenza nel rapporto con il cibo e con il corpo merita attenzione anche quando non ha ancora un nome.

Tracciare non è conoscersi

C’è una differenza fondamentale tra monitorare il proprio corpo e conoscerlo. Le app di fitness possono dare moltissimi numeri, ma i numeri non dicono come stai davvero, se stai mangiando per nutrirti o per punirti, se ti stai muovendo per piacere o per obbligo o se il controllo che eserciti ti fa sentire più liber* o più in gabbia.

La salute, quella vera, non quella quantificata, si misura nella capacità di stare a tavola con le persone che ami senza che la testa sia altrove, nel riuscire a mangiare qualcosa di inaspettato senza che la giornata crolli, nel muoversi perché fa bene e piace, non per compensare.

Queste cose nessuna app le può insegnare. E, per alcune persone, alcune app rendono più difficile impararle.

Nota sui dati

Gli studi citati in questo articolo provengono da letteratura peer-reviewed e fonti cliniche specializzate. La ricerca sul legame tra app di monitoraggio e disturbi alimentari è ancora in sviluppo. I dati disponibili documentano associazioni significative, ma non consentono ancora di stabilire con certezza la direzione causale del fenomeno. I risultati degli studi si riferiscono a campioni specifici e non sono generalizzabili all’intera popolazione di utenti. Questo articolo non intende demonizzare l’uso di strumenti digitali per la salute, ma invitare a un utilizzo consapevole e critico.

Fonti

  • National Alliance for Eating Disorders – “From Tracking to Trapped: When Health Apps Fuel Disordered Eating” (2026)
  • Levinson C.A., Fewell L., Brosof L.C. – “My Fitness Pal calorie tracker usage in the eating disorders”, Eating Behaviors, 2017
  • Linardon J., Messer M. – “My fitness pal usage in men: Associations with eating disorder symptoms and psychosocial impairment”, Eating Behaviors, 2019
  • Simpson C.C., Mazzeo S.E. – “Calorie counting and fitness tracking technology: Associations with eating disorder symptomatology”, Eating Behaviors, 2017
  • Tramontano M. – “L’utilizzo di app per il conteggio calorico e le influenze sul comportamento alimentare”, State of Mind (2021, agg. 2025)
  • Dalle Grave R., Calugi S., Sartirana M. – Manuale di terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione nell’adolescenza, Positive Press, 2018

L’articolo è stato scritto da Rossella, volontaria dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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Rasckatielli

Pasta Secca 500g

Ingredienti: Semola di Grano Duro Lucano del Parco Nazionale del Pollino, Acqua.

Tracce di Glutine.

Valori Nutrizionali

(valori medi per 100g di prodotto)

Valore energetico

306,5 kcal
1302 kj

Proteine

13,00 g

Carboidrati

67,2 g

Grassi

0,5 g

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