Il filo che tiene accesa la luce: il sondino naso-gastrico

sondino naso gastrico

Per chi soffre di un Disturbo Alimentare, il cibo smette di essere nutrimento e diventa un nemico con cui lottare ogni giorno. Quando però il corpo arriva al limite e la salute crolla, la medicina deve intervenire prima che sia troppo tardi. In questi momenti d’emergenza si usa spesso il sondino naso-gastrico (SNG): non un semplice tubicino di plastica, ma un confine delicato tra la necessità di salvare una vita e il rischio di provocare una profonda sofferenza psicologica. 

Il sondino naso-gastrico per arginare l’emergenza

Per chi sta male, il sondino viene quasi sempre vissuto come un’invasione, una violenza o una punizione. La realtà medica, però, è un’altra.

Il sondino naso-gastrico è uno strumento d’emergenza che si usa solo quando non ci sono davvero altre alternative. Quando la malnutrizione diventa troppo grave, il cervello non riceve più le sostanze di cui ha bisogno per funzionare bene. Di conseguenza, si perde la capacità di rendersi conto di quanto si stia davvero rischiando la vita. È per questo che è così difficile collaborare ed è forte la tentazione di rifiutare il sondino.

La voce dell’esperienza 

Parlare di sondino in modo teorico è una cosa, ma ascoltare la voce di chi lo porta sulla propria pelle cambia tutto. Essendo ricoverato in una struttura specializzata, ho chiesto a Federica di raccontarmi cosa si prova davvero.

Le sue parole mi hanno colpito per la loro disarmante sincerità: mi ha detto che quando le hanno messo il sondino era travolta da un groviglio di rabbia, tristezza e un’ansia devastante. Ma la cosa che pesava di più era la vergogna. Si vergognava di provare tutto quello semplicemente perché, in quel momento, non voleva stare bene. È questo il lato più invisibile della malattia: arriva a farti desiderare la tua stessa distruzione, facendoti vivere la cura come un’intrusione che ti strappa l’ultimo controllo rimasto. 

Per i medici non è mai una scelta facile, ma è l’unico modo per proteggere la vita. Anche perché nutrire un corpo rimasto a lungo senza forze non è privo di pericoli: la nutrizione deve ripartire con cautela per evitare la Sindrome da Rialimentazione, uno shock metabolico che può mettere a rischio il cuore. Per quanto rischioso ed emotivamente doloroso, il sondino è spesso l’ultimo appiglio a cui aggrapparsi per mettere al sicuro il corpo. 

Oggi Federica si trova nella fase dello svezzamento, un passaggio delicato e pieno di ostacoli. Il cibo solido, le quantità e persino i gusti le fanno ancora molta paura. Per questo, in questo periodo sta affrontando la ripresa nutrendosi con i Nutridrink. Può sembrare un dettaglio, ma per lei è una conquista enorme, una prima vera vittoria sulla propria autonomia. Bere da sola è infinitamente diverso dall’avere una pompa meccanica che alimenta il tuo corpo dall’esterno: con il nutrimento autonomo si torna ad avere il controllo delle proprie scelte. 

Riavviciniarsi alla vita

Federica sa che la strada è ancora lunga e che la attendono sfide sempre più complesse con il cibo reale. Ma ogni sorso scelto da lei è un passo che la allontana dal tubo e la riporta, giorno dopo giorno, sempre più vicina alla vita. 

Vivere qui dentro, a contatto con storie come la sua, ti fa capire che dietro ogni piccolo passo non c’è solo un calcolo di calorie o un parametro medico da sistemare. C’è un lavoro immenso fatto da un’équipe di medici, psicologi e infermieri che cercano di dosare le cure senza spezzare l’anima di chi le riceve. E poi c’è qualcosa che non si legge nei libri: la forza di condividere questo percorso con gli altri. Vedere una compagna di reparto che riesce a fare anche solo un piccolo gesto da sola diventa una speranza silenziosa per tutti noi. 

Il sondino, alla fine, non è la cura e non potrà mai cancellare il dolore che abbiamo dentro. È solo un mezzo per tenere accesa la luce quando fuori è troppo buio. Ci regala il tempo e le forze necessarie per poter tornare a resistere e, un giorno, scegliere finalmente di vivere.

L’articolo è stato scritto da Giuseppe, volontario dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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