Animenta racconta i disturbi alimentari – La storia di Mary

“Ma io voglio rendere visibile la mia anima” 

In questa frase si condensa l’essenza ed il senso della mia storia di disturbi del comportamento alimentare durata 25 anni ed iniziata a 15 anni. 

Quando il mio terapeuta mi chiedeva perché volessi continuare a dimagrire, io rispondevo questo. Non desideravo apparire bella, anzi. Al mio peso minimo ricordo che mi vergognavo profondamente del mio corpo. Avevo smesso di sorridere perché un sorriso raggrinziva la mia pelle in rughe da vecchia. 

Ero stata classificata come “anoressica atipica” – quale onore! – perché da un certo livello di magrezza in poi non soffrivo di dispercezione corporea, anzi. Mi disgustava quel corpo che, nel desiderio folle di renderlo trasparente per far baluginare dietro esso la mia anima, era diventato iper-visibile, oggetto di attenzioni e di giudizio. Tutti avevano dimenticato la mia anima, per concentrarsi sull’impresa di strappare alla morte un corpo che simbolizzava il desiderio di arrivare all’osso della verità emotiva bandita dal mio ambiente familiare. Ed anch’io, in realtà, avevo smarrito la mia anima, trasformandomi in un grumo di bisogni negati.

Io ormai dipendevo dalla negazione, come era chiaro quando prima venivo assalita da quella che allora chiamavo “sindrome da carestia”. Mi spingeva a far incetta di cibi proibiti da collezionare in uno stipetto della cucina, nel caso avessi avuto fame ed il mondo sarebbe collassato in quel momento; e poi passavo i pomeriggi a piangere davanti allo stipetto aperto, con una fame da uccidere, urlando: “Vorrei, ma non posso! Ho fame, ma non posso!”.

Adulta troppo presto

Il senso di inadeguatezza e la convinzione di essere esclusa da ogni gruppo di appartenenza perché “diversa” sono stati il detonatore della mia storia di malattia.

Credo di essere diventata adulta a 10 anni, quando scrissi in una poesia: “Non sono degna della  luce di Dio”. Non ero degna di occupare un posto nel mondo e questo senso di indegnità mi ha portato a soffrire a quella tenera età di dispercezione corporea: ricordo lo shock di vedermi in una foto in tuta e di scoprire quanto fossi grassa. Non lo ero: se la guardo oggi, noto le gambette secche di una bambina pre-pubere. Il problema era che non sentivo di occupare un posto legittimo nel mondo e che quindi il mio corpo era troppo ingombrante, dovevo rimpicciolirlo per non infastidire gli altri. Se qualcuno mi urtava o mi pestava un piede, ero io a scusarmi: scusate, occupo un posto su questa terra, lo so che non c’è spazio per me, vi prometto che ne occuperò sempre meno.

La figlia perfetta

Ero la figlia perfetta, timida ed introversa, che aveva iperinvestito tutto il suo valore sulla resa intellettuale, perché le mie emozioni erano invalidate in modo costante. “Qual è il punto di forza di vostra figlia?” “Oh, è tanto intelligente!”. Ed io scoppiavo in lacrime, perchè non volevo essere vista come una figlia intelligente, ma come una figlia con delle emozioni che necessitavano di essere consolate. Il loro amore lo sentivo come una pistola puntata contro di me, contro la possibilità di essere umana. Vulnerabile, perfettibile, incondizionatamente accettata con le mie inadeguatezze.

Figlia unica. Ero la figlia che doveva compensarli del loro passato infelice e quindi non mi era concesso spazio per esprimere me stessa. Dovevo essere come loro mi volevano per curare le loro ferite ed io, obbediente, ho indossato una maschera già in età precoce di bambina allegra e senza problemi, salvo quando le lacrime cadevano sulle mie poesie scritte in solitudine.

Ero profondamente colpevole perchè mi sentivo un bluff: chi mi amava mi idealizzava, ma io sentivo di essere una formica in un mondo di giganti – i miei coetanei – che mi avrebbero schiacciata con la loro superiorità. Mi confrontavo e perdevo sempre il confronto, così perdevo peso per sentirmi superiore in qualcosa che nessuno aveva (allora l’anoressia non era così diffusa, nè tantomeno conosciuta),  fissando l’asticella dei miei standard ideali sempre più in alto, sempre più irraggiungibili, perchè se fossi davvero riuscita ad essere perfetta, allora forse le persone non si sarebbero dimenticate di me, non mi avrebbero lasciato indietro. 

Il mio primo no

Ed ad un certo punto, a 15 anni, dissi il mio primo no. Agii la mia prima disobbedienza rifiutando il cibo. Il corpo era l’unica cosa di mio che avessi, l’unica forma di padronanza che sentivo di avere rispetto ad un destino che i miei genitori avevano già costruito per me. Iniziai una dieta, in normopeso, e subito, già prima di entrare nel sottopeso, entrai in amenorrea, perché io ero terrorizzata dalla complessità della vita e rifiutavo di diventare una donna come mia madre, gelida per difesa nei miei confronti a causa di suoi traumi passati. Traumi che le imponevano di non amare troppo, perché le persone care possono morire da un momento all’altro. 

Così sono cresciuta in una solitudine piena di attenzioni materiali, sentendomi la pecora nera della famiglia perché  sbattevo in faccia agli adulti, con la mia complessità di bambina infelice, le emozioni proibite della rabbia e della tristezza. Eppure, in lunghe sedute di terapia familiare, nessuno ricorda quel mio dolore precocissimo che mi faceva sentire disadattata e che mi aveva spinto a costruirmi un mondo parallelo tutto mio, in cui tutti mi abbracciavano e mi amavano, e che danzavo chiusa nella mia stanza, una stanza adultizzata: scrivania e libreria con i mascheroni gotici, aquila  impagliata che proiettava la sua ombra di notte terrorizzandomi, quadri con lune sanguinanti: un ambiente che mi comunicava materialmente che non c’è posto per te “

-Ed allora il posto per me me lo sono scavato nel corpo: ora ero perfettamente autarchica, non avevo bisogno di niente e nessuno, se non della mia fantasia, della mia bilancia e della mia iperattività fisica per affermare me stessa, la mia autonomia, il mondo dei miei sogni.

Non sempre c’è un trauma esplicito

Non sempre c’è un trauma esplicito, identificabile, nella vita di chi soffre di DCA.I debiti che i miei genitori avevano lasciato irrisolti con loro stessi li hanno passati a me, senza essere mai verbalizzati, ma agiti nel distacco emotivo, da parte loro, e nell’attacco al corpo, da parte mia. 

Con questo, non voglio dare colpe a nessuno, ma mostrare che molte volte ogni sintomo ha una storia, un significato costruito attraverso generazioni e che questo significato può essere trasformato attraverso la forza della relazione e della riflessione

Nella mia vita, il trauma apparteneva alla generazione passata dei miei genitori e si è tradotto nel comunicarmi che le emozioni erano pericolose. Che bisognava sempre fare finta di stare bene e esibire una falsa forza. Che in realtà era la rigidità di una corazza che serviva a difendermi da un mondo presentato come malevolo e pericoloso. Così ho sviluppato prima l’anoressia, per non far entrare quel mondo dentro me.  Sentendomi invisibile nei miei bisogni emotivi, una parte della mia mente aveva scelto di diventare davvero invisibile per essere finalmente vista.

Nasciamo con il bisogno di essere riconosciuti dagli occhi di chi ci ama, ma chi mi amava mi chiedeva di essere come lui mi voleva. Ed io, sensibile com’ero, accettavo questo ricatto inconsapevole, cercando sempre di capire cosa l’altro desiderasse da me per darglielo, perchè non dovevo deludere nessuno, altrimenti temevo che sarei stata abbandonata, in quanto credevo di non aver nulla da dare agli altri se non me stessa per nutrirli. 

 Ma per quanto dimagrissi, non venivo vista. Quando sono caduta nell’anoressia, per quanto ancora non se ne parlasse, ho capito subito di esserne malata perchè avevo sentito parlare a 12 anni di una ragazza che ne soffriva, ma non potevo dirlo a nessuno. Per quale motivo? Perché, per quanto mi terrorizzasse – sentivo che dentro di me ticchettava una bomba ad orologeria di un meccanismo di autodistruzione – lei era il mio regno. L’anoressia era la mia madre surrogata, che mi lodava e mi spronava, mi difendeva da chi non sapeva valorizzarmi. E perchè finalmente volevo essere vista, senza bisogno di parole.

Volevo essere presa in braccio come una bambina, quella bambina di vent’anni alla quale entrava il costume di dieci anni fa. E portata in salvo. Non si comunicava nella mia famiglia, se non di cose superficiali, ed un sintomo alimentare  è un comportamento comunicativo tragico, che vuole mettere spalle al muro l’intero sistema familiare. Non potevo dirlo, perchè “loro” dovevano darmi il permesso di chiedere aiuto e di uscire da un tempo congelato, in cui mi era chiesto di restare per sempre bambina, o meglio bambolina che consolasse i loro dolori. Ricordo la mia adolescenza segnata da un senso di solitudine e di spaesamento terribili.

Nel mio diario scolastico dei 17 anni scrissi: “Sono solo una smorfia del destino sfuggita per sbaglio alle maglie del nulla. E morendo, vivo.” Il confronto con gli altri, sempre migliori di me, mi torturava. Ma soprattutto sentivo un vulcano di emozioni veementi che si agitavano nel fondo del mio animo. Avvertivo il corpo come una bara in cui la mia anima era rinchiusa: sbattevo i pugni sul coperchio, implodevo dentro, ma non riuscivo ad esprimere – se non nei miei diari – le mie emozioni. Per me i DCA, prima ancora che la classica fame d’amore, sono stati un sintomo che comunicava l’impossibilità di esprimermi e di essere accettata nel mio mondo passionale. 

Una vita a nascondermi 

Ero ormai distrutta. Sapevo che dovevo chiedere aiuto, ma non mi sentivo legittimata perché nessuno mi riconosceva nella mia sofferenza

Ho passato 5 anni a nascondermi, a fingere che tutto andasse bene e questa recita era ben accetta dai miei genitori. Si dovette aspettare che fossi sull’orlo del ricovero perché a loro venisse il dubbio che io fossi anoressica. Ricordo ancora le mie lacrime a dirotto per il senso di liberazione che provai quando mi chiesero: “Ma non è che per caso sei anoressica? Vuoi uno psicologo?”. 

La svolta 

Ero ormai alienata da me stessa. Mi ero incattivita. Solo la disperazione mi dava la forza per obbedire al tiranno dell’iperattività fisica. Due furono i momenti che mi indussero a specchiare quell’anima a cui aspiravo con ciò che ero realmente diventata. 

Il primo quando il mio terapeuta, che aveva investito su di me nonostante le mie condizioni fisiche da ricovero, perché in terapia riuscivo a non parlare di cibo ma dal senso dell’esistenza che ricercavo, mi chiese: “Se avessi tre desideri, quali sarebbero?”. Ricordo ancora il mio sgomento, perché io, da ragazza creativa e sognatrice, non avevo nessun altro desiderio che mangiare senza ingrassare ed allora mi sentii un tronco secco e vuoto. L’altro momento fu quando io, amante degli animali, in un impeto di rabbia dettato dalla repressione della fame atroce, sbattei al muro il mio cucciolo di cane che voleva solo giocare con me. Cosa ero diventata? Verso dove stavo andando? Mi ero persa in un bosco stregato…e dovevo uscirne.

Fame e paura di vivere

Così, il 3 aprile di 15 anni fa, riaprii la bocca. Non fu pianificato. Ebbi voglia. E mangiai. E quel giorno, dopo due anni, ripresi a sedermi e a scrivere di nuovo poesie. Fu il giorno più bello della mia vita: potevo concedere al mio corpo affranto di stare disteso sul divano a leggere e a spizzicare dolci. Ma non fu una passeggiata. 

Allora c’era molta ignoranza sui DCA. Nessuna equipe multidisciplinare. Predominava l’onnipotenza terapeutica. Senza accorgermene, passai al binge eating. Guadagnai peso, pur restando sottopeso, ma quella figura con dieci chili in più mi era estranea e non sapevo come gestirla. 

Entrai nel baratro della depressione e dell’autolesionismo, perché nessuno mi aveva supportato in un percorso di rieducazione alimentare. E così caddi nella bulimia. La farfalla eterea che ero, adesso era un cuore che sfarfallava impazzito di sensi di colpa. Ero scesa all’inferno. La cosa che ricordo con più dolore è che mi si diede la colpa dei miei comportamenti bulimici: “Una bulimica vera non va a farsi la spesa per abbuffarsi.” Anche i professionisti della salute mentale mi accusavano ed in retrospettiva credo che ciò fosse dovuto ad un sentimento di impotenza in loro non elaborato di fronte ad una ragazza che aveva tutti gli strumenti intellettuali per cavarsela nel mondo. Ma il problema non era la logica. Io sono sempre stata molto logica, molto intellettualizzante. Anzi, l’intelletto mi serviva da difesa contro le emozioni, quelle che autoregolavo ricorrendo al cibo. 

La bulimia ed il binge eating adesso venivano visti come un vizio, non c’era più preoccupazione per un corpo che stava sparendo, ma rabbia ed accusa, perchè mi programmavo le abbuffate. Il mio corpo veniva distrutto dalla pratiche compensatorie, ma nessuno lo vedeva. Lo stigma morale acuiva il mio sentimento pervasivo di vergogna e di colpa. Mi sentivo una prostituta, sporca dentro e avevo nostalgia dell’anoressia, della sua illusoria purezza. 

Ma io ero diventata una tossica

Rubavo soldi dal portafogli dei miei per procurarmi i soldi per la “roba”. Ne avevo bisogno per gestire le mie emozioni e per dissociarmi dalla sofferenza, almeno per un pochino. Ho passato adolescenza e giovinezza facendo la spola tra anoressia, binge e bulimia.  Il dolore dentro me montava come una marea, in certi giorni era così grande da diventare fisico e sentivo il cuore fisicamente andare a pezzi e allora cercavo di anestetizzarmi con il cibo. Mi chiudevo nella mia bolla spazio-temporale, irraggiungibile ad ogni critica, ad ogni parola di maledizione scagliata contro di me. E poi quella sensazione di falsa euforia e di dissociazione dal corpo una volta svuotatami da tutto: fluttuavo al di sopra di ogni pena, di nuovo inscalfibile come ai primi tempi dell’orgoglio anoressico. 

I ricoveri

In 25 anni di disturbi dell’alimentazione, il mio percorso non è stato lineare. Ho avuto momenti di benessere in cui ho sperimentato il mondo delle relazioni per poi rintanarmi di nuovo terrorizzata, periodi di peso stabilizzato (ma di sofferenza morale) e periodi di ricadute fisiche molto pesanti che hanno richiesto due ricoveri. Nel mio caso, non sono stati essi ad aiutarmi a guarire. Li ho vissuti come una violenza, la guarigione era quantificata da un numero al quale la mente non era pronta. Però di essi ricordo l’umanità, la scoperta del rispecchiamento nell’altro, la possibilità di poter essere amiche non perchè si aveva la stessa malattia, ma perchè si condividevano emozioni.

Comunque posso dire che nessuna ricaduta è stato un passo indietro: ciascuna ha rappresentato la ricapitolazione di qualcosa che ancora dovevo capire di me stessa e superare. Indietro non si torna mai, siamo esseri in continua trasformazione.

La coazione al significato

Ciò che mi ha dato la forza di non mollare, quando tutti mi dicevano di rassegnarmi e di accontentarmi, è stata la volontà di dare un significato al mio dolore. Di tramutare gli errori fatti sulla mia pelle in un vantaggio per gli altri che avessero sofferto di un problema psicologico. Ho scelto una professione di aiuto, per questo. Ho impiegato molti più anni del previsto ad arrivare al traguardo, perchè era chiaro in me innanzittutto che non potevo curare me stessa negli altri e poi che non volevo essere nè una guida, nè un esempio, perchè siamo esseri unici, ciascuno con le proprie risposte, con la propria storia e con la propria guarigione.

La chiave di volta della guarigione è che ho imparato a dare voce al mio dolore in un modo alternativo dal rapporto malato con il cibo e con il corpo ed a costruire significato nella mia vita, perchè questa è incontrollabile, ma nostra è la scelta di trasformare il vincolo in un’opportunità, sulla base della voce con la quale scegliamo di raccontarci a noi stessi.

I DCA mi hanno insegnato qualcosa?

Non i DCA in sé, perché essi tolgono lucidità ed energie, ma il percorso di consapevolezza interiore che ho intrapreso per uscirne. 

Ho incontrato il dolore e da esso ho maturato la volontà di dare ad esso un senso. Di rintracciare una volontà comunicativa nei sintomi. Agli inizi della mia “carriera di malata” davo corpo ad un dolore che non mi era consentito di esprimere e da lì sono passata a dare voce a questo dolore attraverso strategie alternative al controllo del peso o alle abbuffate

Mi sento adeguata oggi? Mi piaccio? No, né credo che la guarigione significhi piacersi. E neanche essere felici, non almeno nel modo canonico in cui si intende la felicità, come conformità a standard ideali. Di sicuro se non mi piaccio, non è per un numero non conforme, ma perchè mi sono lasciata trascinare  dalla paura. E per me essere felici è una scelta che si nasconde nel cuore fragile delle piccole cose: la felicità è qualcosa che devi avere occhi per notarla ed è piccola e così immensa in questa sua incantevole dimensione micro! Non significa essere sempre di buon umore, ma poter soffrire per le cose per le quali vale la pena e non perchè ti divori da dentro. 

Guarire per me significa  accettarsi nella propria fragilità. Ci vuole molto coraggio per ammettersi vulnerabile, ma la nostra imperfezione è anche ciò che ci rende unici ed umani, compassionevoli.

Per compassione intendo un atteggiamento di forza e di non giudizio, unito al profondo desiderio di alleviare la sofferenza propria e degli altri. 

Oggi ho maturato un’attitudine compassionevole verso il mondo e non ho paura della mia vulnerabilità. So che dietro il dolore dorme sempre il germoglio di un significato che aspetta di essere svelato e comunicato.

È il dolore della vita, miscelato alla gratitudine di essere viva e di essere qui, a illuminare il quotidiano con la vocazione che un cammino di sofferenza mi ha fatto maturare: il desiderio di connettermi al mondo ed agli altri, che avevo cercato di recidere con la fallace autarchia di un DCA. 

Oggi mi prendo cura di me

Nella mia odissea nei disturbi dell’alimentazione non c’è un momento in cui ho detto: “sono guarita!”. Semplicemente, ho scelto di vivere, di tuffarmi nei miei progetti, di sentire l’amore che ho dentro, come anche le mie parti oscure, dando validazione ad ogni parte di me. Come questo accada è ancora oggi un mistero per me. Ho fatto tanto lavoro su me stessa e sono cosciente che sono i micromovimenti a fare la rivoluzione, perchè il tutto è più della somma dei singoli passi. Ad un certo punto, ti svegli con più luce negli occhi, perchè quella luce che avevi dentro da quando sei nata ha trovato la strada per emergere. 

Per me oggi la fiducia in me stessa corrisponde alla capacità di stare con me stessa; con le sensazioni del mio corpo; con quelle imperfezioni che mi permettono di comprendere il prossimo e di desiderare di costruire ponti comunicativi tra me e l’altro. 

Non fatevi mai scoraggiare da chi vi dice che siete cronicizzati e non se ne può uscire: ognuno trova il proprio equilibrio, che permette di abbracciare la complessità della vita, non c’è una norma di guarigione. Per me, significa prendermi cura di me stessa e non finirò mai di guarire finchè avrò vita, laddove guarire significa valorizzare la propria specificità. Nessun cammino è uguale ad un altro e nessuno vi potrà dire cosa è normale. Correte ad abbracciarvi, così come siete, e non smettete mai, mai di essere gentili con voi stessi e con gli altri. Abbracciare il mondo: questa è guarigione.

Lupifera

Articolo scrittura a cura i Mary, volontaria dell’Associazione che ha raccontato la sua storia

Animenta

Animenta

Animenta è un’associazione no-profit creata dai più giovani per raccontare, informare e sensibilizzare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Siamo nati raccontando storie di chi ha affrontato queste malattie. Le storie sono uno specchio in cui ti riconosci, tra i racconti capisci che c’è sempre speranza. Siamo di base a Roma, ma con l’online siamo arrivati perfino a Seoul.

PASTA DI SEMOLA DI GRANO DURO LUCANO

Rasckatielli

Pasta Secca 500g

Ingredienti: Semola di Grano Duro Lucano del Parco Nazionale del Pollino, Acqua.

Tracce di Glutine.

Valori Nutrizionali

(valori medi per 100g di prodotto)

Valore energetico

306,5 kcal
1302 kj

Proteine

13,00 g

Carboidrati

67,2 g

Grassi

0,5 g

Prodotto e Confezionato da G.F.sas di Focaraccio Giuseppe
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