Animenta racconta i disturbi alimentari – la storia di Sandra

Mi chiamo Sandra e ho 42 anni. Già 42 anni. Potrebbero essere 24. Sarebbe la stessa cosa. Spesso vivo male questo numero perché mi sembra di non aver vissuto a pieno la mia vita. I miei disturbi alimentari hanno portato via anni di spensieratezza, anni che erano miei e fa male pensare che non torneranno più indietro. Cerco di concentrarmi sul futuro, mi propongo nuovi inizi, ma la ragazzina che c’è ancora in me mi implora di ascoltarla e di darle quello spazio che non le ho concesso e che le hanno rubato.

In altri momenti sono felice che i momenti più bui siano finiti e sono orgogliosa della consapevolezza che ho maturato in me e di quella profondità di sentimenti e di pensieri che la malattia mi ha lasciato.

Quando ho deciso di diventare un’insegnante l’ho fatto principalmente con l’obiettivo di prendermi cura dei ragazzi per cercare prima di tutto di farli stare bene. I contenuti della materia vengono dopo. Per me la scuola è stata troppe volte un incubo, un luogo che invece di potenziare ciò che ero in grado di fare, mi gettava addosso dubbi sul mio valore come persona. 

Oggi sono sposata. Trovare Marco e lasciarmi guidare verso la libertà dalla sua semplicità, dalla sua verità e dal suo amore è ciò che mi sta salvando. Abbiamo due bambini, tanto desiderati a cui spero di non far vivere ciò che ha rovinato la mia infanzia. Ho scritto un libro che racconta tutta la mia storia, che si basa su ricordi indelebili e poi sui tanti quaderni che ho usato come diari, rifugi sicuri in cui sfogare il mio dolore, fedeli amici che hanno accolto la parte più profonda della mia anima senza mai giudicarmi. La scrittura ha un potere enorme. Probabilmente i miei diari mi hanno salvata quando niente al mondo aveva più senso. 

Il disturbo diventa importante all’età di 17 anni. Sono quindi 25 anni che quella voce non lascia la mia testa. Oggi se mi guardo indietro so che era latente già molto prima. 

Un trauma: ero davvero piccola

Ci sono tante cose che hanno fatto nascere in me la decisione di smettere di mangiare. Però una cosa che mi succedeva da piccolina ha dato inizio ad una catena di pensieri che ancora oggi non ha fine. All’età di quattro o cinque anni (non lo so, ricordo solo che non andavo ancora a scuola) la mia nonna paterna insieme ad una zia avevano l’abitudine di farmi spogliare nuda, di mettermi sopra la tavola della cucina e di dirmi di toccarmi. Questo era il loro spettacolo. Sedute sul divano si guardavano tra di loro e ridevano di me. Poi mi insultavano usando parole di cui ignoravo completamente il significato. Io piccola com’ero pensavo fosse un gioco. E quindi non l’ho mai detto a nessuno. E questi fatti riemergevano ogni volta che poi, negli anni, ero costretta a salutare la nonna e la zia ogni volta che andavamo a trovarle, a far loro gli auguri per Natale, per Capodanno, per Pasqua, per il loro compleanno. Io non volevo, ma quel papà con cui ho smesso da anni di avere qualunque dialogo, mi minacciava di portarmi via i miei giochi se non avessi obbedito. Si sarebbe arrabbiato con me. Probabilmente si sarebbe arrabbiato anche con la mamma.

I litigi

Nella mente ho vivo il ricordo di me e mia sorella in lacrime sedute per terra dietro la porta della nostra camera a piangere ascoltando i nostri genitori litigare. Tenevo il conto di quanto tempo passava tra un litigio e l’altro. Sapevo che più i giorni di pace erano numerosi, più tensione si sarebbe accumulata, più furioso sarebbe stato il litigio successivo.

Da bambina non capivo perché nelle pubblicità dei panettoni in televisione erano sempre tutti contenti, invece io sotto l’albero trovavo la paura dell’ennesimo Natale passato a piangere perché il papà e la mamma avrebbero litigato. Così ogni Natale, così ogni Pasqua, così ad ogni festa che coinvolgesse i parenti o che ci portava a svolgere qualche attività “a rischio” perché diversa dalla solita routine.

Due case

A causa del lavoro dei miei genitori ho sempre avuto due case. Una dove abitavamo dal lunedì al sabato mattina, nella città dove loro lavoravano e io e mia sorella di conseguenza andavamo a scuola, e una nel nostro paese d’origine dove ci spostavamo dal sabato pomeriggio alla domenica sera e durante tutti i giorni vacanze. Quale era casa mia? Tutto ciò che per i miei coetanei era un normale sabato pomeriggio, una festa di compleanno, un gelato, una partita, un giro in centro, per me non era mai possibile, perché nel fine settimana io sparivo e riapparivo il lunedì. Viceversa nell’altro paese io e mia sorella eravamo le due bambine che apparivano dal nulla nel weekend. E questo ci ha rese sole. Non mi sono mai sentita parte né di una comunità né dell’altra. Non so dove siano le mie radici.

Lo sport

Le mie passioni sono sempre state disegnare, guardare i cartoni animati e leggere. Ma ciò che più di ogni altra cosa accendeva il mio cuore era lo sport. A sette anni ho seguito col fiato sospeso le Olimpiadi di Seoul e, tra una gara e l’altra, facevo di corsa il vialetto davanti alla casa della nonna buona e stringevo forte i pugnetti alle tempie dicendo: io voglio essere un’atleta!

Ho chiesto in tutti i modi ai miei genitori di iscrivermi alla squadra di sci. Abito in montagna e il luccichio della neve al sole è lo scenario di tutti i miei inverni. Loro mi portavano a sciare alla domenica, ma questo non serviva ad altro che accrescere la mia sofferenza perché vedevo i bambini della squadra che si allenavano e facevano esattamente ciò che a me non era permesso. E quei bambini erano magri. E dentro di me nasceva pian piano l’idea che probabilmente il problema era il mio peso. Tornavo dalle piste e provavo a mangiare meno. Ma ancora non avevo la forza necessaria per impormi qualcosa di così grande.

A scuola

A scuola ero molto brava. Ma purtroppo anche molto timida. La mia maestra mi chiamava “la bambina muta”. E allora io parlavo ancora di meno. Amavo le gare di lettura e di tabelline. Amavo scrivere i temi e poi illustrarli. Sapevo tutte le risposte alle domande che faceva la maestra, ma non volevo alzare la mano e rispondere perché non volevo che nessuno mi vedesse. Mi si vedeva già anche troppo bene nelle foto di classe di fine anno. Ero semplicemente grassa e non mi piacevo. Anche se indossavo i maglioncini che la mamma mi creava con le sue mani e che io amavo tanto, il mio sguardo andava oltre. Mi vedevo fuori posto.

Alle medie ricordo che parlavo alla campanella e le chiedevo di suonare e di mettere fine alla ricreazione perché non ce la facevo più a stare sola in un angolo. C’erano tanti ragazzi che mi deridevano. E io tenevo i Ringo in tasca e ne tiravo fuori un pezzetto alla volta perché nessuno doveva vedermi.

Al liceo ero sola. Passavo i pomeriggi a studiare e le mattine a scuola con la paura di essere interrogata. Non mi sentivo mai pronta. Studiavo troppo e non avevo nessun amico. Ero un maschiaccio con i capelli corti, i vestiti oversize per coprirmi e troppo peso addosso. Quando rivedo le foto di classe sento ancora oggi quel dolore che provavo all’epoca e che mi comprime la testa come una morsa e piango perché non posso cancellare quegli anni. 

Qualcosa cambia

Alla fine della quarta mi sono innamorata di un mio compagno di classe. Un sentimento nuovo, vero, fortissimo. Quando gliene ho parlato la sua risposta è stata una risatina come dire: tu? Ma sul serio? E da quel giorno mi ha evitata e in quinta si è trasferito in un’altra città. Non ha mai risposto neanche alla lettera che gli ho scritto.

Il mio pensiero è stato nuovamente: il problema è il mio peso. Solo che questa volta il mio piano di smettere di mangiare si è talmente radicato nel profondo della mia anima che trovare la forza per metterlo in atto è stato un giochetto. E quello è stato l’inizio della mia anoressia. 

Contemporaneamente ho voluto anche riprendermi quello che mi era stato impedito di fare: ho iniziato a correre, prima da sola e poi con una società di atletica. Solamente che mi sono presto accorta che anche là non ero mai abbastanza magra e che ogni etto in meno mi avrebbe permesso di abbassare i miei tempi. Gli allenatori mi squadravano dalla testa ai piedi e ogni occasione era buona per farmi notare un difetto fisico.

La situzione precipita

Una sera d’inverno durante il mio secondo anno di università, mentre stavo studiando, consumata dalla debolezza e dalla fame, ho avuto la mia prima perdita di controllo. E con mia grande sorpresa ho scoperto che non mi aveva fatto stare meglio, anzi. Da sporadiche le perdite di controllo sono diventate così frequenti da non lasciarmi più la possibilità di respirare. Non avevo più voglia di studiare. Non avevo più voglia di vivere. Questo è stato l’inferno della bulimia. Il ragazzo che avevo all’epoca non mi ha mai capito ed io dopo sei anni insieme, dopo aver combattuto con tutte le mie forze per tenerlo stretto a me, ho trovato il coraggio di lasciarlo andare e di ricominciare. 

La risalita

L’università mi ha donato la libertà del pensare, la consolazione del trovare rifugio nella letteratura, la certezza dei miei progetti lavorativi. Lo studio mi ha fatto sentire importante e realizzata. Non ero capace di mangiare, ma riuscivo a prendere trenta in ogni esame. Pochissimi ci riuscivano. All’università ho avuto compagne di studio e amiche vere che mi hanno fatto maturare e con cui è stato possibile confrontarsi nel nostro viaggio verso l’età adulta. 

Dopo la laurea e in concomitanza con la specializzazione ho iniziato a insegnare e ho capito che quella è la mia strada.

In quegli anni ho conosciuto anche Marco, l’amore della mia vita, mio marito, il papà dei miei figli, il mio migliore amico, la prima persona a cui penso se non sto bene, il dono più grande che la vita potesse farmi.

Ho pian piano iniziato a vivere lo sport in modo sano. Ho cambiato ambiente, mi alleno con impegno e mi sono dedicata al triathlon. Lo sport mi ha ricompensato. Se chiudo gli occhi sento ancora l’inno italiano durante la premiazione dei campionati italiani di winter triathlon lo scorso febbraio. Sono arrivata terza. Quel podio assoluto è dedicato alla Sandrina che nel 1988 sapeva che voleva andare alle Olimpiadi.

Sono stata seguita da vari specialisti; ancora oggi sono seguita dal Centro Disturbi Alimentari di Padova. Mi hanno aiutato? Non lo so. Probabilmente sì, sicuramente il loro aiuto è una briciola in confronto alla conoscenza di me che ho acquisito dopo tutti questi anni di malattia. Quando senti quella voce sei tu da sola. Sono guarita? No, non ancora. Quando le parole delle persone mi feriscono, quando non riesco ad essere perfetta, quando succede qualcosa che va al di là del mio controllo il primo pensiero rimane sempre quello del cibo.

Cado? A volte. Ogni tanto.

Ma ho capito che non è colpa mia e che io sono una guerriera.

Lo sono sempre stata. 

L’articolo è stato scritto da Sandra che ci ha raccontato la sua storia

Animenta

Animenta

Animenta è un’associazione no-profit creata dai più giovani per raccontare, informare e sensibilizzare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Siamo nati raccontando storie di chi ha affrontato queste malattie. Le storie sono uno specchio in cui ti riconosci, tra i racconti capisci che c’è sempre speranza. Siamo di base a Roma, ma con l’online siamo arrivati perfino a Seoul.

PASTA DI SEMOLA DI GRANO DURO LUCANO

Rasckatielli

Pasta Secca 500g

Ingredienti: Semola di Grano Duro Lucano del Parco Nazionale del Pollino, Acqua.

Tracce di Glutine.

Valori Nutrizionali

(valori medi per 100g di prodotto)

Valore energetico

306,5 kcal
1302 kj

Proteine

13,00 g

Carboidrati

67,2 g

Grassi

0,5 g

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