Conoscere i DCA da atlet*: la consapevolezza che salva vite

dca atlet*

Il mondo dello sport è molto competitivo e talvolta tossico. Se ne parla ancora troppo poco, ma sempre più atlet* sviluppano un disturbo alimentare (DCA), soprattutto per le alte prestazioni che devono riportare. Conoscere i meccanismi dei DCAe ciò che comportano può davvero salvare vite: la consapevolezza è la prima arma per risolvere un problema!

I DCA tra cibo e corpo 

Secondo alcuni studi, l* atlet* hanno un maggior rischio di sviluppare disturbi alimentari in quanto sono loro richieste prestazioni fisiche elevate e devono rispettare rigide regole di peso e corporatura. Si stima che il 45% per le atlete e circa il 19% per gli atleti soffra di un DCA. 

I disturbi alimentari sono patologie rischiose perché non solo compromettono il rapporto con il cibo, ma anche con interi apparati del corpo. Le parti del corpo maggiormente colpite sono: 

  • cuore: cambiamenti nella frequenza cardiaca 
  • ossa: tassi più elevati di fratture a causa della bassa densità ossea
  • ormoni: interruzione degli ormoni riproduttivi e della crescita
  • mente: aumento di ansia, depressione e isolamento

Salute fisica e salute mentale per l* atlet*

Nello sport non è molto diffusa l’idea di prendersi cura della salute mentale: si sentono spesso, infatti, parole come “superare la situazione”, “indurirsi” o “non mostrare debolezza”. Solo negli ultimi anni si sta parlando di più del tema, anche grazie alle testimonianze di atlet* di altissimo livello. 

L* atlet* possono sembrare sovruman*, ma anche loro possono combattere tutti i giorni con la propria salute mentale e, talvolta, possono aver paura di essere giudicat* se chiedono aiuto. Di medicina sportiva, infatti, si parla ancora poco.

Tuttavia, il panorama sta cambiando radicalmente. Grazie ad atlet* come Simone Biles e Michael Phelps, che hanno condiviso le loro sfide personali, il dibattito sulla salute mentale nello sport è stato reso più normale. Nel 2019, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha introdotto lo SMHAT-1, il primo strumento di screening standardizzato con lo scopo di identificare precocemente i disturbi mentali ne* atlet*.

Identificare i sintomi, però, è solo il primo step. La fase successiva e più importante è garantire a* atlet* le giuste cure psichiatriche. Un’assistenza efficace richiede infatti una “competenza culturale sportiva“: i clinici devono comprendere a fondo le complessità dello sport d’élite e l’influenza dell’intero ambiente (allenator*, dirigenti, ecc.). Per rispondere a questa esigenza, è stato fondato l’American Board of Sports & Performance Psychiatry con l’obiettivo di specializzare l* psichiatr* nella cura specifica di atlet* e immetterl* nel mondo della medicina sportiva, colmando il divario tra benessere psicologico e prestazione atletica.

I disturbi alimentari nello sport

Quando si tratta di disturbi alimentari nell’ambito sportivo è essenziale considerare i fattori di rischio specifici legati alla disciplina praticata. Alcuni sport, come la ginnastica artistica e il pattinaggio di figura, pongono un’enfasi determinante sull’estetica. Altri, come il ciclismo o la corsa campestre, favoriscono una corporatura estremamente snella per ottimizzare la performance. Un ulteriore livello di rischio è rappresentato dagli sport con categorie di peso, come la lotta o il canottaggio, dove le pratiche di perdita di peso rapida sono purtroppo comuni.

È importante sottolineare che non tutt* l* atlet* con disturbi alimentari sono guidat* dal desiderio estetico di magrezza. Molt*, a causa delle richieste fisiche della competizione, cadono in un circolo vizioso di allenamento eccessivo sfociando in una bassa disponibilità energetica (LEA).

Quando l’organismo è sempre sotto sforzo e malnutrito, entra in uno stato di deficit funzionale, noto come Carenza Energetica Relativa nello Sport (RED-S). Questa condizione compromette gravemente la prestazione atletica attraverso diversi meccanismi:

  • riduzione precoce del glicogeno: Esaurimento rapido delle riserve energetiche.
  • squilibri fisiologici: Disidratazione cronica e affaticamento sistemico.
  • degradazione muscolare: Catabolismo dei tessuti per fini energetici.
  • rischio infortuni: Indebolimento dell’apparato muscolo-scheletrico.

Fortunatamente la RED-S è una condizione reversibile: attraverso una corretta alimentazione l’atleta può ristabilire l’equilibrio fisiologico e tornare a competere in salute.

Trattamento clinico dei disturbi alimentari

L* atleta, per recuperare il proprio stato di salute mentale, ha bisogno di un’equipe specializzata con competenze cliniche, nutrizionali e psicologiche. Il successo del percorso terapeutico dipende dalla capacità di trovare un team con il quale si ha una certa intimità per affrontare ogni sfaccettatura del disturbo. L* professionist* del team di cura sono:

  • L* terapeuta primario: si concentra sui fattori psicologici e sui trigger emotivi che alimentano il disturbo, lavorando sulla ristrutturazione cognitiva e l’accettazione di sé;
  • L* dietista/nutrizionista sportivo: elabora piani alimentari personalizzati che soddisfino i fabbisogni energetici specifici dell’atleta, monitorando l’alimentazione e il ripristino della disponibilità energetica (LEA).
  • l* psichiatra: gestisce i problemi di salute mentale (come ansia, depressione o disturbi ossessivo-compulsivi) attraverso il supporto farmacologico o clinico, garantendo la stabilità del quadro mentale generale.
  • L* mental coach: ricostruisce la fiducia necessaria per affrontare le sfide dello sport praticato e la pressione della competizione. 

Questo approccio multidisciplinare non mira esclusivamente alla riabilitazione fisica, ma l’obiettivo è far riscoprire all’atleta il sano ed equilibrato rapporto tra il proprio corpo, il cibo e l’esercizio fisico. Solo così la competizione può tornare a essere una fonte di realizzazione personale e non un fattore di stress patologico.

Combattere il livello unidimensionale nei disturbi alimentari

Solitamente i protocolli terapeutici per i DCA hanno un approccio unidimensionale, focalizzato quasi esclusivamente sulla riabilitazione nutrizionale. Questo tipo di modello ignora il rapporto che l’atleta ha con l’allenamento. Siccome l’obiettivo finale dell* sportiv* è quasi sempre il ritorno in campo, trascurare la gestione dell’attività fisica durante il trattamento è controproducente e rischia di innescare altri meccanismi malsani.

Per colmare questa lacuna, nel 2018 è stato introdotto il protocollo “Safe Exercise at Every Stage” (SEES), il quale definisce criteri oggettivi per la progressione dell’attività fisica in totale sicurezza.

L’efficacia di questo approccio risiede nell’utilizzo di strumenti di valutazione basati sui dati che gli atleti tendono ad accettare con maggiore fiducia:

  • Athlete’s Relationship to Training (ART): una scala fondamentale per valutare la preparazione psicologica;
  • RED-S Clinical Assessment Tool (RED-S CAT): uno strumento indispensabile per il team di medicina sportiva, utile a monitorare i parametri fisiologici e coordinare il passaggio tra le diverse fasi del recupero.

Testimonianza di atlet* con DCA

La sciatrice alpina professionista Alice Merryweather ha parlato apertamente della sua salute mentale e del suo percorso di recupero tra perfezionismo, pressione sulle prestazioni e disturbi alimentari. Ha raccontato che, attraverso l’utilizzo di braccialetti per monitorare il sonno, si è sentita comparata ai suoi compagni di squadra perché la sua frequenza cardiaca era bassa nei giorni in cui soffriva di DCA e pensava che andasse bene, ma in realtà non era in salute. L’esperienza di Alice mette in luce come gli strumenti di monitoraggio possano trasformarsi in armi a doppio taglio: ciò che sembra salutare per altri, in realtà non è salutare per la persona stessa.

Anche la pattinatrice olimpica Alysa Liu ci ricorda come lo sport competitivo possa avere regole rigide e alte aspettative riguardo agli atleti. Infatti Alysa si ritira dal pattinaggio a soli 16 anni dopo le olimpiadi e ritorna in pista a 18 anni, solo dopo aver stabilito che non vuole più sottostare alle rigide regole, ma vuole avere la libertà di essere se stessa. Infatti ella può scegliere la musica del programma e può decidere con quanta intensità pattinare. Inoltre ella stessa ha dichiarato che se fosse tornata a gareggiare, avrebbe deciso lei la propria dieta affermando “No one’s going to starve me, or tell me what I can and can’t eat.” (“Nessuno mi farà morire di fame, né mi dirà cosa posso e cosa non posso mangiare”).

Come rappresentato dalle due atlete, il cibo non è un premio della propria performance ma un diritto per vivere.

La ricerca di sé oltre lo sport

Per molti sportivi la propria disciplina non costituisce solo un punto di svago, ma un vero e proprio meccanismo di difesa dalla vita quotidiana. Perciò è indispensabile supportare l’atleta nella ricerca di un senso di sé e di uno scopo che vadano oltre il campo di gara e il disturbo alimentare.

La società celebra l* atlet* in quanto resilienti e disciplinat* e, proprio per questo, dobbiamo riuscire a sdoganare lo stigma che l* atlet* non possano essere vulnerabili. Vulnerabilità, infatti, non è sinonimo di debolezza.

Chiedere aiuto non significa ammettere una sconfitta ma pianificare la prossima vittoria, quella più importante: la propria salute.

L’articolo è stato scritto da Elisa, volontaria dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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Pasta Secca 500g

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Valori Nutrizionali

(valori medi per 100g di prodotto)

Valore energetico

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1302 kj

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