Dalla prova costume alla rivoluzione dei corpi Con Giulia Paganelli

Giulia è un’antropologa del corpo e divulgatrice che si occupa di corpi non conformi, grassofobia e femminismo. Oggi insieme a lei parliamo di prova costume, giudizio e rivoluzione dei corpi.

L’arrivo dell’estate per molti significa principalmente una cosa: prova costume. Quando, come e perché è nata?

Sembra semplice, ma non lo è. La richiesta di un modello a cui aderire non nasce con il costume da bagno. L’indumento, in sé inizia a diffondersi già dal III secolo a.C. in quello che resta della Magna Grecia. Le donne vengono già raffigurate con una fascia sul seno e una sorta di mutanda mentre si recano in luoghi balneari. 

Le raffigurazioni che abbiamo di questi corpi seguono le regole della Bellezza Classica. Quindi, in realtà, non abbiamo fonti storiche di grassofobia in questa epoca, nel mondo occidentale. Le abbiamo dopo, a partire dal XVI secolo circa – parlando di Europa – in modo via via sempre più incalzante. E quando lo spettro del corpo grasso incrocia la corte del Re Sole, fautore del ritorno alle spiagge e al mare… Boom! 

Nel corso del tempo la prova costume ha cambiato forma, taglia, sostanza, pressione sociale, dinamiche di potere, ma è rimasta sempre una costante legata al corpo femminile nudo. E questo non è un caso, ovviamente. La severità con cui il sistema patriarcale interviene sul corpo femminile, soprattutto quando via via si scopre, è storia nota. 

Il momento in cui si scende in spiaggia è spesso un momento difficile. Ci si espone agli sguardi e ai giudizi degli altri, si mostra il proprio corpo nella sua quasi totale nudità e lo si porta tra altri corpi, anch’essi svestiti. Perché non basta “piacersi” per affrontare serenamente questo processo?

Beh, piacersi non significa aver razionalizzato il proprio corpo, averlo spogliato di tutto il giudizio estetico e morale e aver – nel mentre – anche costruito degli strumenti di difesa, di distacco dallo sguardo altrui. Il self love è una trappola che dà finto potere a quel “piacersi”, quando in realtà di potere non ne ha. Importanti sono invece l’accettazione e la liberazione del corpo, processi che arrivano con percorsi ben più lunghi e articolati. È difficile spiegare a una persona con corpo conforme cosa significhi andare in spiaggia e mettersi in costume, calcolare la distanza dalle persone, tenere l’asciugamano fino all’inizio dell’acqua, ustionarsi i piedi perché correre significherebbe amplificare gli sguardi e i commenti. 

E che succede, invece, se anziché andarci in costume preferisco tenere i vestiti in spiaggia?

Succedono due cose principalmente:

1) Le persone che non ti conoscono sono soddisfatte nel non guardare il tuo corpo e pian piano smettono di dedicarti attenzione.

2) Le persone che ti conoscono, invece, insistono perché tu tolga i vestiti.

In ogni caso galleggia la presunzione di chiunque di poter disporre del corpo grasso come meglio crede o preferisce. Mi sono capitate entrambe le situazioni. Non so dirti cosa sia stato più difficile da gestire, perché nel secondo caso ti senti in colpa due volte: la prima per il tuo corpo, la seconda perché fai la parte della stronza. 

La prova costume è un concetto che forse inizia a sapere di “vecchio”, ma continua a permeare il nostro mindset e l’ambiente in cui viviamo. Quanto può fare la differenza essere consapevoli delle dinamiche (con cui siamo cresciuti) che caratterizzano la società e il tempo in cui viviamo?

Essere consapevoli delle dinamiche può essere utile, ma non risolutivo. Il percorso di un corpo grasso verso la liberazione è fatto di tantissime cadute, ripensamenti, viaggi in prigione senza passare dal via. E in tutto questo siamo sempre noi a dover spiegare alle altre persone che il nostro corpo è prima di tutto nostro, e che non possono intervenire come e quando vogliono. Qui scatta la storia del Trono di Spade: o vinci o muori. E vale per entrambe le parti, che proprio per questo diventano così crudeli, agguerrite e assoggettanti quando smetti di essere a loro uso e consumo. Per questo diventa così importante allargare sempre di più la folla di corpi che vogliono smettere di sottostare a quelle regole, quegli stigma, a questa potentissima discriminazione sistemica. Facile? No. Si deve fare insieme, però. 

Cosa può fare ciascuno di noi nel suo piccolo per spostarsi da questa prospettiva consolidata e forse avvicinarsi a piccolissimi passi a un maggiore benessere?

Studiare. Prendere consapevolezza. Provare e sbagliare un milione di volte. Seguire attivisti e divulgatori ma mai in sudditanza, sempre in condivisione e scambio. 

Il corpo grasso è rivoluzione, spaccatura del sistema, attivismo costante solo uscendo di casa. Serve, però, anche la costanza di imparare a scardinare per arrivare a vedere lo schema di potere, razionalizzare il proprio corpo, smettere di essere arrabbiati con esso, trasformare quell’energia in altro che varia a seconda del carattere di ognuno di noi, ma che è vitale. L’unica cosa di cui sono certa è che, una volta intrapreso questo sentiero, difficilmente si torna indietro. La liberazione ammette dolore, sacrificio, perdita, ma anche identità, voce, visibilità. Tutto questo è impagabile. 

Stefania La Mattina

Stefania La Mattina

Stefania è nata a Torino e ha 27 anni. Vive da sempre nella città della Mole Antonelliana, ma le sue radici sono in riva al mare, in Sicilia. Laureata in Traduzione e Interpretariato, ora cerca la sua strada. La appassionano le parole, la natura, i tramonti e gli esseri umani.

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Pasta Secca 500g

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