Nel mondo complesso e spesso difficile in cui viviamo, l’aiuto agli altri rappresenta un gesto fondamentale di umanità. Tuttavia, spesso ci troviamo a chiederci: qual è il modo migliore per sostenere chi sta attraversando un momento di sofferenza? È meglio mostrare empatia o compassione? E come possiamo mettere in pratica queste qualità in modo efficace e autentico?
Empatia: mettersi nei panni degli altri
L’empatia è la capacità di comprendere e condividere i sentimenti di un’altra persona. È come mettere un paio di occhiali che ci permettono di vedere il mondo attraverso gli occhi di chi sta soffrendo. Questa capacità ci aiuta a instaurare un legame profondo, a capire realmente cosa sta attraversando l’altro e a rispondere in modo più sensibile e adeguato.
Tuttavia, l’empatia può anche avere un lato rischioso: rischia di sovraccaricarci emotivamente, portandoci a sentirci coinvolti troppo profondamente, rischiando di perdere il nostro equilibrio. Inoltre, un’empatia troppo intensa può portare a un “compassionevole esaurimento”, specialmente in professioni come quella degli operatori sociali, medici, o psicologi.
La compassione: il cuore che si muove
La compassione, invece, si differenzia per un tratto fondamentale: non solo comprende il dolore dell’altro, ma si traduce in un desiderio attivo di alleviarlo. È un sentimento che spinge a compiere azioni concrete, a offrire supporto senza rimanere intrappolati nelle emozioni altrui.
Un esempio pratico? Se vediamo qualcuno in difficoltà, l’empatia potrebbe farci sentire il peso di quella sofferenza, mentre la compassione ci motiva a intervenire, ad ascoltare, a offrire un aiuto concreto, senza necessariamente lasciarci travolgere dalle emozioni.
Neurobiologia dell’empatia e della compassione
Le ricerche di neuroimaging evidenziano che empatizzare attiva reti cerebrali coinvolte sia nel dolore personale che in quello osservato, come la corteccia somatosensoriale e l’insula. Tuttavia, questa attivazione può risultare dannosa: percepire il dolore dell’altro come nostro può aumentare il disagio e portare a una reazione di fuga.
Al contrario, pratiche di allenamento alla compassione, come la meditazione, attivano aree cerebrali associate a emozioni positive e benessere, contribuendo a ridurre l’attivazione delle regioni legate a emozioni negative.
L’importanza di distinguere tra empatia e compassione
Comprendere la differenza tra questi due atteggiamenti è fondamentale per migliorare il nostro modo di rispondere alle sofferenze del mondo. Se l’empatia può portare a un sovraccarico emotivo che blocca l’azione, la compassione si presenta come una risorsa potente per motivare azioni altruistiche e alleviare il dolore altrui.
Come affermava la senatrice Liliana Segre, “l’indifferenza è complice dei misfatti peggiori dell’umanità”: coltivare la compassione, anche a livello individuale, rappresenta un passo importante verso un mondo più umano, solidale e consapevole delle proprie emozioni.
Può essere allenata la compassione?
Assolutamente sì. La ricerca dimostra che la compassione non è un tratto innato immutabile, ma può essere sviluppata e potenziata con tecniche specifiche, come la meditazione sulla gentilezza amorevole. Questa pratica favorisce sentimenti di altruismo e benevolenza, migliorando anche il nostro benessere personale e la capacità di sostenere gli altri (Fredrickson et al., 2008; Leiberg et al., 2011; Lutz et al., 2008).
Come aiutare chi soffre: tra empatia e compassione
Per essere efficaci nel supporto, è importante trovare un equilibrio tra empatia e compassione. Ecco alcune strategie pratiche:
- Ascolto attivo: dedicare attenzione totale alla persona, senza giudicare o cercare di risolvere subito, ma ascoltando con sincerità e presenza. Questo favorisce la comprensione empatica.
- Rispetto dei confini emotivi: riconoscere i propri limiti emotivi per evitare il burnout. È importante sentirsi capaci di aiutare senza perdere il proprio equilibrio.
- Risposte concrete: passare dalla comprensione all’azione. Offrire parole di conforto, aiuto pratico, accompagnare la persona verso risorse e sostegni professionali se necessario.
- Mostrare umanità e calore: anche un semplice gesto di vicinanza, come una stretta di mano o un sorriso, può fare la differenza, alimentando un senso di sicurezza e di supporto.
- Autoconsapevolezza: riflettere sulle proprie emozioni e reazioni, per evitare di confondere la propria sofferenza con quella dell’altro e mantenere un aiuto autentico.
Un esempio di equilibrio: la vera essenza dell’aiuto
Immaginate un* amic* che ha appena perso il lavoro. L’empatia vi spinge a capire profondamente il suo senso di insicurezza e paura. La compassione, invece, vi motiva a offrire un sostegno concreto: aiutarl* a cercare nuove opportunità, ascoltarl* senza giudizio, magari condividere risorse utili o semplicemente essere presenti.
Il segreto non sta nel scegliere tra empatia e compassione, ma nel integrarli, in modo da essere vicini con il cuore e le mani, senza perderci in un mare di emozioni o senza rimanere impassibili di fronte al dolore altrui.
Un invito a coltivare la compassione
Sviluppare la nostra capacità di compassione può aiutarci non solo ad essere più efficaci nel sostenere chi soffre, ma anche a migliorare il nostro equilibrio emotivo. In un’epoca in cui le emozioni sono spesso confuse o represse, investire nel benessere emotivo attraverso pratiche di mindfulness e meditazione può fare la differenza, rendendoci più capaci di aiutare senza essere sopraffatti dal dolore.
In conclusione, la chiave sta nel saper ascoltare e comprendere le emozioni degli altri senza lasciarsi travolgere da esse. La vera forza sta nel trasformare l’empatia in compassione: un’energia positiva che ci spinge ad agire con cuore aperto e mente equilibrata, contribuendo a un mondo più giusto e compassionevole.
Bibliografia
Fredrickson, B. L., Cohn, M. A., Coffey, K. A., Pek, J., & Finkel, S. M. (2008). Open hearts build lives: positive emotions, induced through loving-kindness meditation, build consequential personal resources. Journal of Personality and Social Psychology, 95(5), 1045-1062.
Klimecki, O. M., Leiberg, S., Lamm, C., & Singer, T. (2013). Differential pattern of functional brain plasticity after compassion and empathy training. Social Cognitive and Affective Neuroscience, 8(6), 728-737.
Klimecki, O. M., Mayer, S. V., Kasper, S., & Singer, T. (2014). Empathy and compassion training modulate neural responses to suffering. Psychological Science, 25(10), 1932-1940.
Leiberg, S., Klimecki, O. M., & Singer, T. (2011). Short-term compassion training induces neural changes in the processing of suffering. Cerebral Cortex, 21(7), 1513-1522.
Lutz, A., Brefczynski-Lewis, J., John,stone, T., & Davidson, R. (2008). Regulation of the neural circuitry of emotion by compassion meditation. Psychological Science, 19(9), 870-877.
L’articolo è stato scritto da Giovanna, volontaria dell’Associazione




