Il percorso di recovery è un viaggio che, molto spesso, viene immaginato come lineare: dal dolore alla luce. Nella realtà, però, non funziona quasi mai così. Esistono fasi che non assomigliano a ciò che, comunemente, immaginiamo come “guarigione”. Sono momenti silenziosi, spesso invisibili dall’esterno, in cui tutto sembra fermarsi o, peggio ancora, tornare indietro: una sensazione di “blocco” che risulta essere frustrante, dolorosa e demoralizzante.
È importante sapere, invece, che questa condizione non è un fallimento ma una fase comune, un invito a guardare il processo di guarigione con un occhio meno “metodico” e più “umano”.
Cosa vuol dire sentirsi bloccat* nel recovery?
Quando il percorso di recovery sembra fermarsi, può essere difficile riconoscere questo “blocco” come parte del processo. Sentirsi bloccat* non significa “tornare indietro”: non equivale ad un fallimento né ad una mancanza di impegno.
In tant* raccontano di sentirsi in una “terra di mezzo”: non più completamente sopraffatt* dalla malattia ma, comunque, non liberi da essa. Quasi in una sorta di “convivenza pacifica”.
Ecco alcuni aspetti che in tanti condividono:
- Perdita di slancio emotivo nonostante gli sforzi
- Frustrazione, senso di impotenza anche dopo progressi reali
- Ricadute o ritorno ai vecchi schemi
Secondo quanto riportato da When Recovery Feels Stuck: Gentle Step Forward dell’Alliance for Eating Disorders Awareness, questa fase può emergere quando il disturbo ha rappresentato a lungo una strategia di sopravvivenza, un modo per regolare emozioni, dare senso al dolore o sentirsi al sicuro. Lasciarlo andare non è solo una questione di comportamenti o abitudini ma implica una riorganizzazione profonda della propria identità e del modo di stare al mondo.
La fatica che non si vede nei piccoli progressi
Uno degli aspetti più dolorosi del sentirsi bloccat* è la discrepanza tra ciò che si vede dall’esterno e ciò che accade dentro.
Alcune persone raggiungono una fase in cui fuori sembrano star “meglio” ma dentro mantengono ancora molte paure e regole alimentari legate al DCA. È come se fossero in un limbo in cui sperimentano una stanchezza emotiva intensa fatta di dubbi, timore di ricadute e senso di inadeguatezza e spaesamento. Questa distanza può aumentare il senso di isolamento. Può far nascere il pensiero di “non fare abbastanza”, di “non guarire nel modo giusto”, come se esistesse un recovery corretto e uno sbagliato.
In realtà, la ricerca e l’esperienza clinica concordano su un punto fondamentale: quello di recovery non è un processo uniforme, e non segue le stesse tappe per tutti.
La paura che accompagna la stasi del recovery
Sentirsi bloccat* può far sorgere pensieri come “non ce la farò mai”, “forse c’è qualcosa che non funziona”, “se non progredisco, allora sto fallendo”.
Questi pensieri sono comuni ma ingannevoli. Il processo di recovery spesso comporta:
- Alti e bassi emozionali
- Momenti di entusiasmo alternati a sensazioni di stallo
- Necessità di guardare i progressi in modo più sottile, non solo attraverso conquiste evidenti
La frustrazione non indica che il percorso non sia valido ma che, semplicemente, si è nel mezzo di qualcosa di difficile. E questo è parte della guarigione, non della sua negazione.
Da un punto di vista clinico e psicologico, sentirsi ferm* può rappresentare una fase di consolidamento. Un momento in cui il cambiamento non è immediatamente visibile, ma sta avvenendo a un livello più profondo.
Quando il percorso sembra fermo, può essere utile chiedersi “cosa significa essere in recovery?”. La concezione tradizionale di guarigione come “fine dei sintomi” è troppo riduttiva. Secondo la National Eating Disorder Association (NEDA), si tratta di un processo che comprende non solo la cessazione di comportamenti disfunzionali ma anche la creazione di una vita che valga la pena di essere vissuta, affrontando emozioni e relazioni in modo più sano e compassionevole.
Sentirsi bloccat* in recovery può portare con sé una paura profonda: quella che nulla cambierà mai davvero. È una paura legittima, che nasce dalla fatica accumulata, dalle aspettative deluse, dal confronto con narrazioni di guarigione idealizzate. Molte persone descrivono il timore di restare intrappolate in un recovery “a metà”, di vivere per sempre in equilibrio precario.
Questi pensieri non vanno minimizzati né corretti in modo sbrigativo. Hanno bisogno di essere ascoltati, riconosciuti come parte del vissuto emotivo, e accolti con rispetto. La letteratura sottolinea come la validazione di queste emozioni sia un elemento centrale nei percorsi di cura efficaci, perché permette di ridurre il senso di colpa e di aumentare l’alleanza terapeutica.
Ripensare la definizione di “progresso”
Una delle sfide più importanti quando ci si sente bloccat* è ridefinire il concetto di progresso. Non sempre andare avanti significa “fare di più”. A volte significa restare, tollerare l’incertezza, continuare a scegliere la cura anche quando non si vedono risultati immediati.
Progresso può essere imparare a chiedere aiuto. Può essere riconoscere un pensiero disfunzionale senza agire di conseguenza. Può essere concedersi una pausa, invece di forzarsi.
Riconoscere queste forme di cambiamento richiede uno sguardo gentile, capace di spostarsi dalla prestazione all’esperienza, dal risultato alla relazione con sé.
Il tempo non è un giudice
Sentirsi bloccat* nel percorso di recovery è doloroso e destabilizzante ma non significa che l’intero percorso sia fallito o stia per fallire. Il blocco non è una deviazione dal cammino ma parte del cammino stesso. È un tempo che chiede pazienza, ascolto ed una fiducia certamente fragile ma possibile. Un tempo che è unico per ciascuna persona, fatto di autenticità, vulnerabilità e resilienza.
Quando ti sembra di non progredire fermati e chiediti: Cosa ho imparato oggi su me stess*? Anche la più piccola consapevolezza è un seme di trasformazione.
La guarigione non è solo andare avanti ma anche potersi permettere di sentire, accogliere e abbracciare ciò che sembra insormontabile.
Restare.
Non tornare indietro.
Continuare a prendersi cura anche quando sarebbe più semplice mollare.
Se ti senti ferm*, sappi che non sei indietro. Stai attraversando una fase che molte persone incontrano, anche se raramente viene raccontata. E anche se oggi non riesci a vederlo, il fatto di esserci, di continuare a interrogarti, di non smettere di cercare, è già una forma di movimento.
Fonti
- There’s No Such Thing As “Failure” In Recovery, National Eating Disorders Association
- Eating Disorder Recovery – National Eating Disorders Association
- Journal of Eating Disorders. Studi qualitativi sulla recovery e la non linearità del processo
- Treasure, J., Schmidt, U., & Hugo, P. (2020). Eating Disorders. Oxford University Press
- Costin, C. (2011). The Eating Disorders Recovery Book. Center City, MN: Hazelden
L’articolo è stato scritto da Terry, volontaria dell’Associazione




