Ramadan e pratiche religiose: come gestirle nel recovery da DCA

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Le tradizioni religiose guidano spesso il ritmo delle nostre vite, plasmano il modo in cui troviamo significato, come preghiamo e a volte anche come mangiamo. Per molti, i rituali come il digiuno, o qualsiasi altro rituale che ha a che fare col comportamento alimentare, sono profondamente spirituali. Essi possono offrire infatti momenti di riflessione e di connessione con qualcosa di più grande di noi stessi. Ma per le persone che stanno guarendo da un disturbo alimentare (DCA), queste stesse pratiche possono comportare serie sfide.

Le tradizioni di fede possono offrire profondo conforto e forza nei momenti difficili. Per molte persone in tutto lo spettro religioso, dal cristianesimo all’ebraismo all’islam, i rituali religiosi come la preghiera, la comunità, il digiuno e la carità sono fonti di conforto, identità e rinnovamento spirituale. E per le persone in fase di recovery da un DCA, la fede può offrire un ancoraggio mentre ricostruiscono il loro rapporto con il cibo, il corpo e sé stesse. Può infatti capitare che la fede scompaia o si affievolisca quando si soffre di disturbi alimentari: si vede tutto bianco o nero, quindi le sfumature non esistono in questi casi.

Secondo le risorse progettate per supportare le persone con disturbi alimentari, le tradizioni di digiuno durante i mesi sacri, i digiuni stagionali o le festività religiose possono essere particolarmente scatenanti (triggering) per chi è in fase di guarigione.

Quali sono i rischi di un digiuno religioso in fase di recovery?

Per chi è in fase di recovery da disturbi basati sulla restrizione alimentare(come l’anoressia nervosa), il digiuno può riaccendere vecchi schemi di controllo calorico o restrizione, trascinando chi li prova nuovamente verso comportamenti pericolosi.

Per chi ha una storia di abbuffate o condotte di eliminazione, un periodo di digiuno può innescare cicli di abbuffate quando il cibo è disponibile, oppure scatenare comportamenti di eliminazione. Alcuni individui possono usare il digiuno come una forma di eliminazione. Il digiuno può anche innescare pensieri ossessivi sui cibi “buoni” o “cattivi”, o sul meritare o premiare comportamenti con il cibo.

Se il corpo di una persona è già debilitato, emotivamente o nutrizionalmente, lo stress di un digiuno prolungato o ripetuto può portare a complicazioni fisiche. Tali rischi possono includere squilibrio elettrolitico, disidratazione, perdita di massa muscolare o, nei casi più gravi, il deterioramento della funzione degli organi interni. Inoltre, interrompere un digiuno prolungato con un’alimentazione irregolare o disordinata può aumentare il rischio di complicazioni come la sindrome da rialimentazione (refeeding syndrome).

Tra fede e salute nel rispetto delle pratiche religiose

Il digiuno religioso può generare confusione nella tensione tra il desiderio di onorare la fede e quello di proteggere la salute. Scegliere di non digiunare, anche per legittime ragioni di salute, può portare a sensi di colpa o paura del giudizio da parte di familiari, coetane* o della comunità religiosa. Allo stesso tempo, partecipare ai pasti comunitari, come l’Iftar durante il Ramadan, può essere fonte di disagio (triggering). Per le persone in fase di recovery, trovarsi circondati da cibo abbondante, mangiare in pubblico o partecipare a pasti rituali sociali può provocare ansia, vergogna o impulsi a restrizioni caloriche.

Il digiuno può essere percepito come un obbligo, una prova di devozione o una parte fondamentale dell’appartenenza. Decidere di rinunciare al digiuno per motivi di salute può far sentire come se si stesse abbandonando qualcosa di spiritualmente significativo. Questo conflitto interiore può approfondire sentimenti di vergogna o insicurezza.

Da cristiana in recovery: la mia esperienza di pratiche religiose

Ma cosa si può fare se la propria famiglia attua rituali religiosi come il digiuno?

Innanzitutto, per il cristianesimo il vero è proprio digiuno non è più utilizzato da anni, ma ci sono alcune regole da seguire. Ad esempio, è tradizione cercare di evitare la carne il venerdì.

Ma come facevo io, in fase di recovery? Cosa può essere d’aiuto?

  1. Priorità alla salute psicofisica: nel cristianesimo, nell’ebraismo e nell’Islam bisogna essere in buona salute psicofisica per poter dare prova della propria fede attraverso determinati rituali. I DCA sono malattie mentali che possono avere conseguenze anche sul proprio corpo: è importante far sì che la propria salute venga prima!
  1. I rituali possono anche non avere a che fare col cibo. È vero, il cibo è utilizzato come strumento per il rituale, ma la fede è più importante del rituale stesso. Personalmente, mi ha sempre aiutato pregare e cercare di mantenere viva la mia fede (tante volte il DCA la può portare via) nel mio spirito. Concentrarmi su questo mi permetteva di sentirmi meno in colpa se decidevo di non attuare delle determinate pratiche religiose.
  1. Ricorda che se un* tu* familiare o amic* attua comportamenti tipici dei rituali per la propria fede e tu psicofisicamente non sei nelle condizioni di attuarle NON è necessario che le attui pure tu: siamo persone diverse, con storie diverse. Ognun* conosce sé stess* ed è in grado di scegliere per se quale manifestazione di fede è più consona alla propria vita.
  1. Parla con la tua famiglia/amic*/persone che stanno accanto a te: parlando, aprendoti al dialogo e superando la paura, puoi dire cosa ti aiuterebbe e cosa non ti aiuterebbe in questo periodo complicato come il recovery da DCA.

    Ultima cosa, molto importante: 
  2. Parlane con la tua équipe di cura, non fare di testa tua! L* professionist* che hanno in carico la tua salute potranno aiutarti a vivere il periodo legato alle pratiche religiose in questione in modo sereno, sia che reputino positivo che tu ne faccia parte, sia che lo reputino negativo per il tuo benessere.

Nella mia esperienza personale, ad esempio, non ho potuto per anni evitare la carne il venerdì. Nell’ultimo periodo del recovery, però, la mia équipe mi ha permesso di mangiare ogni venerdì il pesce al posto della carne per motivazioni religiose. Questo perché ero mentalmente e fisicamente pronta anche a questo piccolo passo (che poi, non è mai piccolo!).

L’articolo è stato scritto da Chiara, volontaria dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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