Molte persone che vivono un Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA) raccontano che la sofferenza arriva molto prima della possibilità di descriverla. È un disagio che si insinua lentamente nella quotidianità, che modifica il rapporto con il cibo, con il corpo e con le emozioni, ma che inizialmente non viene riconosciuto come tale.
Senza un nome, la sofferenza resta interiormente frammentata, spesso attribuita a una presunta fragilità personale o a una debolezza.
In questo spazio di confusione, la diagnosi assume un valore che va oltre la sua funzione clinica. Essa rappresenta il primo momento in cui il dolore viene riconosciuto, legittimato e collocato all’interno di una cornice di senso compiuto e realistico. Non è una soluzione, ma è un passaggio che può interrompere la solitudine e l’inquietudine del non sapere.
Il significato psicologico del “dare un nome”: l’effetto Rumpelstiltskin
In psicologia clinica, il potere del dare un nome alla sofferenza è stato descritto attraverso il cosiddetto Effetto Rumpelstiltskin. Il riferimento simbolico suggerisce che ciò che resta privo di nome tende ad esercitare un potere maggiore sulla persona: è percepito come incontrollabile, minaccioso, confuso.
Applicato alla diagnosi, questo concetto aiuta a comprendere perché in molt* descrivano un senso di sollievo nel momento in cui ricevono una definizione clinica del proprio vissuto. Il dolore non scompare, ma diventa pensabile e concreto. E, soprattutto, smette di essere interpretato come una colpa individuale ma collocato in una “collettività”.
Nel contesto dei DCA, questo passaggio è particolarmente rilevante, poiché la sofferenza è spesso accompagnata da vergogna e auto-giudizio. Dare un nome significa iniziare a distinguere la persona dal disturbo.
La diagnosi nei DCA
Ricevere una diagnosi di DCA non equivale a ridurre l’esperienza soggettiva ad un’etichetta. Al contrario, quando formulata in modo accurato e responsabile, la diagnosi permette di riconoscere la complessità di un disagio che raramente è visibile dall’esterno.
I Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA o DCA) comprendono quadri clinici differenti, accomunati da una profonda sofferenza psicologica che si esprime attraverso il corpo e il comportamento. La diagnosi consente di collocare questi vissuti all’interno di una cornice clinica riconosciuta, offrendo alla persona la possibilità di comprendere che ciò che sta vivendo non è un fallimento personale, ma l’espressione di un disturbo multifattoriale.
Per molte persone, questo riconoscimento rappresenta il primo momento in cui si sentono viste, non per ciò che fanno, ma per ciò che stanno attraversando.
Il ruolo dei sistemi di diagnosi: l’ICD-11
I sistemi classificativi svolgono un ruolo centrale nel processo diagnostico. L’ICD-11 (Classificazione Internazionale delle Malattie) introduce un approccio più attento alla dimensione funzionale e contestuale del disagio psicologico rispetto ad altri manuali. Nel caso dei DCA, questa prospettiva è particolarmente importante.
L’ICD-11 riconosce che la diagnosi non può basarsi esclusivamente su criteri rigidi, ma deve considerare l’impatto soggettivo della sofferenza sulla vita della persona, il contesto culturale e relazionale, e il continuum tra salute e psicopatologia. Questa impostazione contribuisce a ridurre il rischio di diagnosi riduttive e favorisce una lettura più umana e complessa dell’esperienza clinica.
I limiti della diagnosi
La diagnosi, pur essendo uno strumento fondamentale, non è priva di ambivalenze.
Accanto al sollievo di essere riconosciuti, alcune persone possono sperimentare il timore di essere definite esclusivamente attraverso l’etichetta diagnostica. Il rischio è che la diagnosi venga interiorizzata in modo rigido, diventando un elemento centrale dell’identità. Per questo motivo, la letteratura sottolinea l’importanza di accompagnarla ad un lavoro clinico che restituisca alla persona la propria complessità, evitando semplificazioni eccessive. La diagnosi non deve chiudere il discorso sulla sofferenza, ma aprirlo.
La diagnosi come spazio di comprensione e relazione
Sempre più approcci contemporanei considerano la diagnosi come un atto non solo clinico, ma relazionale.
Dare un nome alla sofferenza significa offrire un linguaggio comune che permetta alla persona di raccontarsi, di farsi comprendere, di chiedere aiuto. Nel contesto dei DCA, dove il disturbo tende a isolare e a rendere difficile l’espressione emotiva, la diagnosi può diventare uno strumento di riconnessione, favorendo l’alleanza terapeutica e l’accesso a percorsi di cura più mirati.
Quando usata con cautela e rispetto, la diagnosi non riduce la persona al disturbo, ma contribuisce a restituirle una storia.
Una parola che non etichetta, ma accompagna
Dare un nome alla sofferenza nei Disturbi del Comportamento Alimentare non significa imprigionare in una definizione. Significa, piuttosto, riconoscere, rendere condivisibile, permettere che non resti più un peso portato in solitudine.
La diagnosi non è il punto di arrivo del percorso di cura. È un inizio.
Un passaggio che, se accompagnato da ascolto e competenza, può trasformare il silenzio del dolore in una possibilità di comprensione e di cambiamento.
Oltre l’etichetta, resta la persona. Con la sua storia, la sua vulnerabilità e la sua capacità, faticosamente conquistata, di sapersi prendere cura di sé.
Fonti
- World Health Organization. ICD-11: Clinical Descriptions and Diagnostic Guidelines
- Treasure, J., Schmidt, U., & Hugo, P. Eating Disorders. Oxford University Press
- Fairburn, C. G. Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorders. Guilford Press
L’articolo è stato scritto da Terry, volontaria dell’Associazione




