I DCA non hanno genere: parlare dei disturbi alimentari negli uomini

dca uomini

Quando pensiamo ai disturbi del comportamento alimentare, la prima immagine che ci viene in mente è spesso quella di una ragazza giovane, esile, in lotta con il proprio corpo. Questa associazione è così radicata nella cultura popolare, nei media e persino in certi ambienti clinici, che fa quasi dimenticare una realtà importante: i DCA non hanno genere. Eppure, per anni, il genere maschile è rimasto quasi invisibile in questo campo, con conseguenze serie sulla diagnosi, sul trattamento e, soprattutto, sulla vita di molte persone. 

Secondo le stime internazionali, circa una persona su tre che soffre di un disturbo alimentare è di sesso maschile. In Italia, su circa tre milioni di persone affette da DCA, gli uomini rappresentano una percentuale stimata intorno al 4,1%, ma molti esperti concordano che il numero reale sia ben più alto: quello che manca non è la presenza del problema, ma il suo riconoscimento. 

Un disturbo “al femminile”? Il peso degli stereotipi 

Il problema inizia con il modo in cui i DCA vengono raccontati. L’idea che si tratti di una “patologia femminile” è così diffusa da influenzare non solo la percezione comune, ma anche gli strumenti clinici utilizzati per la diagnosi. Molti dei questionari di screening tradizionali sono costruiti intorno a sintomi tipicamente riportati dalle donne (come la paura di aumentare di peso o l’ossessione per la magrezza) e rischiano di non intercettare le forme con cui i disturbi alimentari si presentano negli uomini. 

Un dato storico lo rende evidente: il vecchio criterio diagnostico dell’amenorrea per l’anoressia nervosa (eliminato dal DSM-5 nel 2013) escludeva per definizione tutti i pazienti maschi. Anche se oggi i criteri sono stati aggiornati, le conseguenze culturali di decenni di costruzione “al femminile” del problema restano. Il rapporto maschi/femmine, che in passato veniva stimato 1:11, con dati più recenti si avvicina a 1:4, segnalando quanto il fenomeno fosse e sia tuttora sottostimato. 

A questo si aggiunge lo stigma. Molti ragazzi e uomini crescono con il messaggio implicito che chiedere aiuto per qualcosa di emotivo sia un segno di debolezza, e che i disturbi alimentari appartengano a un universo che non li riguarda. In media, un uomo con un disturbo alimentare inizia una terapia dopo circa sette anni dall’esordio della malattia: quasi il doppio rispetto alle donne, per cui il tempo medio di latenza è di circa quattro anni. 

Come si presentano i DCA negli uomini: una questione di forma, non solo di peso 

Uno dei motivi per cui i disturbi alimentari maschili passano così spesso inosservati è che si manifestano in modo diverso rispetto allo stereotipo comunemente riconosciuto. Mentre l’immagine culturale del DCA è quella di chi cerca la magrezza estrema, negli uomini le preoccupazioni per il corpo sono più spesso legate alla muscolatura, alla definizione fisica e alla composizione corporea. 

Un ragazzo che conta ossessivamente le proteine, che non salta mai un allenamento anche quando è esausto o infortunato, che si sente “troppo piccolo” o “non abbastanza definito” pur avendo un corpo atletico, potrebbe star lottando con un DCA. Ma il suo comportamento viene spesso letto come disciplina, dedizione, salute. Essere “ossessionati dalla palestra” è ancora largamente percepito come un tratto positivo, quasi ammirevole. 

Nel caso dell’anoressia nervosa, gli uomini tendono a puntare alla magrezza non come fine in sé, ma per rendere visibile la muscolatura (una distinzione che cambia il profilo del sintomo ma non la gravità del disturbo). Nei casi di bulimia, i comportamenti compensatori maschili includono più frequentemente l’esercizio fisico compulsivo, piuttosto che l’uso di lassativi o il vomito autoindotto. Il binge eating disorder, invece, è il DCA statisticamente più comune negli uomini: i maschi rappresentano circa il 40% delle diagnosi. 

Merita attenzione anche la dismorfia muscolare (talvolta chiamata “bigoressia” o “reverse anorexia”) una condizione in cui la persona, pur avendo una muscolatura sviluppata, si percepisce costantemente come troppo piccola e insufficiente. Questa ossessione porta a ore in palestra, diete rigidissime, uso di integratori e a volte di sostanze anabolizzanti, con un impatto devastante sulla vita sociale e sulla salute fisica. Sebbene non sia classificata come DCA dal DSM-5, condivide meccanismi psicologici profondi con i disturbi alimentari. 

Il corpo come campo di battaglia: cosa c’è dietro

I DCA negli uomini non nascono nel vuoto. Come per chiunque, si sviluppano dall’intreccio di fattori biologici, psicologici e culturali. La predisposizione genetica (avere familiari con disturbi alimentari, ansia o depressione) aumenta il rischio. Ma il contesto culturale ha un peso enorme. 

La cultura della mascolinità ancora oggi trasmette messaggi precisi su come dovrebbe essere un corpo maschile: forte, scolpito, privo di grasso. Le riviste, i social media e il mondo del fitness amplificano ideali fisici spesso irraggiungibili. Ricerche sui media degli ultimi decenni mostrano come le immagini di uomini muscolosi abbiano assunto standard sempre più estremi, contribuendo a diffondere l’insoddisfazione corporea. Studi internazionali stimano che fino al 30% degli uomini sia infelice del proprio corpo, in particolare rispetto alla muscolatura. 

Il mondo dello sport è un altro contesto ad alto rischio. Alcune discipline impongono restrizioni di peso rigide (come la lotta o il canottaggio) o privilegiano fisici estremi per motivi di performance o estetica (come la ginnastica o il ciclismo). In questi ambienti, comportamenti che in altri contesti segnalerebbero un allarme vengono normalizzati, e talvolta incoraggiati. Come ha scritto la rivista Psychiatric Times, nello sport si sentono ancora spesso parole come “supera la situazione” o “non mostrare debolezza”, rendendo ancora più difficile per gli atleti riconoscere e ammettere una difficoltà. 

A tutto questo si aggiunge, per alcuni, l’intersezionalità con l’orientamento sessuale e l’identità di genere. Le ricerche indicano tassi più elevati di DCA tra gli uomini appartenenti a minoranze sessuali, esposti a pressioni aggiuntive legate all’oggettivazione del corpo e a ideali estetici specifici di certe comunità. Per le persone transgender e non binarie, il rapporto con il cibo e il corpo può intrecciarsi con la disforia di genere, dando vita a presentazioni particolari che richiedono un’attenzione clinica ancora più specifica. 

Riconoscere i segnali: quando la disciplina diventa qualcos’altro 

La difficoltà nel riconoscere un DCA in un uomo o in un ragazzo sta spesso nella sua invisibilità sociale. Comportamenti che potrebbero essere campanelli d’allarme (ore in palestra, alimentazione rigidissima, isolamento durante i pasti, ansia intensa se si “sgarra” dalla routine) vengono spesso letti come segnali di salute e autodisciplina. Quello che conta non è tanto il singolo comportamento, ma il pattern complessivo: quanto spazio occupa il cibo e il corpo nella vita di una persona? Quanto interferirebbe il saltare un allenamento con il suo umore? Quanto la sua autostima dipende dalla forma fisica? 

Dal punto di vista fisico, i DCA negli uomini portano a conseguenze serie: rallentamento della frequenza cardiaca, calo del testosterone, perdita di massa ossea con aumento del rischio di fratture, affaticamento cronico, problemi gastrointestinali. Una frequenza cardiaca molto bassa, ad esempio, potrebbe essere attribuita a un ottimo livello di allenamento, quando invece segnala una condizione medica che richiede attenzione. Il rischio di mortalità per i maschi affetti da disturbi alimentari è più elevato rispetto alle femmine, anche perché la diagnosi arriva più tardi e il corpo ha avuto più tempo per subire i danni. 

La guarigione è possibile, ma serve un sistema che la renda accessibile 

La buona notizia è che gli uomini che ricevono un trattamento adeguato rispondono bene, con risultati simili a quelli delle donne. Ma perché questo accada, occorre che il percorso verso la cura sia più accessibile di quanto non sia oggi. 

Sul piano clinico, questo significa formare l* professionist* a riconoscere le presentazioni maschili dei DCA, sviluppare strumenti di screening che non siano costruiti solo sul modello femminile, e porre domande specifiche sull’uso di integratori, sulle abitudini di allenamento, sugli obiettivi di forma corporea e non solo sulla paura di ingrassare. Significa anche creare spazi di trattamento in cui gli uomini non si sentano fuori posto, e dove la loro esperienza sia compresa senza essere minimizzata. 

Sul piano culturale, invece, il lavoro da fare è più lungo e profondo. Richiede di decostruire l’idea che la vulnerabilità sia una debolezza, che chiedere aiuto per il proprio rapporto con il cibo o con il corpo sia qualcosa di cui vergognarsi, e che i DCA siano un problema “da donne”. Richiede di imparare a guardare oltre l’apparenza e chiedersi come sta davvero la persona che c’è dietro. 

Parlarne è già parte della cura

Se stai leggendo questo articolo perché hai riconosciuto qualcosa di familiare, in te o in qualcuno che conosci, sappi che non sei sol*. E sappi che quello che provi merita attenzione e cura, indipendentemente dal genere. 

I disturbi alimentari non hanno genere. Ed è tempo che anche i sistemi che dovrebbero curarli — e le conversazioni che dovrebbero prevenirli — smettano di avercelo. 

Fonti

Equip Health – “Male Anorexia: What It Looks Like and Why It’s Often Missed” (2026) 

Boni M., Acquarini E., Montecchi L. – “Disturbi alimentari nei maschi. Un aggiornamento”, Pacini Medicina Mancini G. et al. – “I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione nei maschi”, Rivista di Psichiatria, 2018 National Eating Disorders Association – “Eating Disorders in Men and Boys” 

Gorrell S. & Murray S.B. – “Eating Disorders in Males”, Child and Adolescent Psychiatric Clinics of North America, 2019 Animenta.org – “Conoscere i DCA da atlet*: la consapevolezza che salva vite” (2026) 

Nota sui dati 

I dati epidemiologici citati in questo articolo provengono da studi internazionali e fonti italiane disponibili al momento della redazione. Le stime sulla prevalenza dei DCA nella popolazione maschile variano significativamente tra i diversi studi, in parte proprio a causa della sottostima e della sottodiagnosi descritte nell’articolo stesso. I numeri riportati sono da considerarsi indicativi e non esaustivi. Per dati aggiornati sul contesto italiano si rimanda alle pubblicazioni del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità. 

L’articolo è stato scritto da Rossella, volontaria dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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