Il problema dell’immaginario del corpo maschile di cui nessuno parla 

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Per decenni, la narrazione collettiva attorno ai disturbi del comportamento alimentare (DCA) e ai dismorfismi corporei ha obbedito a uno stereotipo di genere granitico. Nell’immaginario comune, la gabbia dello specchio è sempre stata considerata un problema esclusivamente femminile. Questo pregiudizio storico ha creato un enorme, drammatico punto cieco culturale e clinico: milioni di uomini che sviluppano silenziosamente un rapporto tossico e distruttivo con il proprio corpo, muovendosi nell’ombra di un ecosistema digitale e commerciale che ha ridefinito la patologia sotto le spoglie della virtù.

Oggi assistiamo a una mutazione profonda del fenomeno. L’ossessione maschile non si traduce quasi mai nella ricerca della magrezza assoluta, ma si focalizza sulla trasformazione, sul potenziamento e sull’ottimizzazione. Se continuiamo ad aspettarci che il disagio maschile si manifesti con le stesse modalità e gli stessi sintomi dell’anoressia o della bulimia da manuale diagnostico tradizionale, rimarremo ciechi di fronte a un’epidemia sotterranea. La cultura maschile ha trovato il modo di camuffare l’autodistruzione: la chiamiamo “disciplina”.

Un nuovo linguaggio per un vecchio problema: La Manconomia e il Looksmaxxing

Il vocabolario del disagio maschile si è evoluto rapidamente, colonizzando il web e creando una vera e propria sottocultura con codici e dogmi specifici. Al centro di questo universo si colloca la cosiddetta “manconomy (l’economia di mercato rivolta al pubblico maschile), un ecosistema multimiliardario fatto di integratori, influencer di fitness, app di biohacking e coach motivazionali il cui intero modello di business si basa su un unico, spietato presupposto: convincere gli uomini che il loro corpo sia un problema biologico da risolvere.

L’espressione più estrema e recente di questa tendenza è il looksmaxxing (letteralmente “massimizzare l’aspetto”). Nato nei meandri dei forum online e diventato virale sui social media mainstream, il looksmaxxing è la ricerca ossessiva e scientifica dell’attrattiva fisica perfetta. All’interno di queste comunità, il corpo umano viene trattato come un software da aggiornare. I contenuti variano dagli esercizi per ipertrofizzare la mascella (mewing) alla correzione millimetrica della postura, fino ad arrivare a pratiche ben più pericolose, come i cicli esasperati di “massa e definizione” (bulking and cutting).

Per un occhio clinico, questi cicli non sono altro che la versione speculare e socialmente accettata del binomio restrizione-abbuffata. Durante la fase di “massa”, gli uomini ingeriscono quantità ipertrofiche di calorie, spesso ben oltre la capacità di tolleranza del proprio organismo, per aumentare i muscoli. Durante la fase di “definizione”, invece, i soggetti si sottopongono a restrizioni caloriche punitive per azzerare il grasso corporeo. Il tutto viene spacciato per “scienza dell’allenamento”, ma la rigidità psicologica sottesa a questi comportamenti è identica a quella delle patologie alimentari più severe. Il biohacking, l’ottimizzazione ormonale e il benessere estremo sono diventati gli eufemismi dietro cui si nasconde l’ossessione.

La vana ricerca del muscolo perfetto e del corpo maschile ideale: la dismorfofobia muscolare

Ciò che rende questa deriva estremamente insidiosa è il plauso sociale che la accompagna. Se una ragazza digiuna, la cerchia sociale si allarma. Se un ragazzo trascorre quattro ore al giorno in palestra, pesa ogni singolo grammo di riso e pollo, rifiuta le uscite didattiche o le cene di famiglia per non “sgarrare la dieta” e spende lo stipendio in integratori, viene lodato per la sua dedizione.

Dietro questa facciata di ferro si nasconde spesso la dismorfofobia muscolare (nota anche come vigoressia o anoressia inversa). Si tratta di un disturbo psichiatrico in cui il soggetto, pur avendo sviluppato una massa muscolare notevole, si percepisce costantemente come esile, debole o inadeguato. Il desiderio di aumentare i muscoli e di ridurre la percentuale di grasso corporeo diventa un pozzo senza fondo: non è mai abbastanza.

“La dismorfofobia muscolare non è una scelta di vita salutare. È una prigione mentale che presenta gli stessi rischi sistemici, cardiaci e psicologici dell’anoressia nervosa, ma gode di una totale impunità culturale.

Gli algoritmi dei social media agiscono come acceleratori patologici. Quando un giovane condivide la sua “trasformazione” estrema, mostrando i dettagli di una dieta insostenibile o di un allenamento estenuante, riceve migliaia di visualizzazioni, commenti di approvazione e gratificazione istantanea. La patologia viene normalizzata dal gruppo e monetizzata dalle aziende. Questo circolo vizioso di rinforzo sociale è identico a quello studiato per anni nei siti pro-ana (pro-anoressia) dedicati alle ragazze, ma nel caso maschile è protetto dal mito della virilità forte e instancabile.

Oltre lo specchio: gli indicatori del disagio

I giovani uomini che soffrono di questa forma di alienazione corporea sono i meno propensi a cercare aiuto o a essere intercettati dai medici di base, proprio perché il loro comportamento è mascherato da “stile di vita sano”. Diventa quindi fondamentale ridefinire i confini tra ciò che è reale benessere e ciò che è disadattivo. Per comprendere se l’attività fisica e la cura del corpo maschile hanno superato la linea del controllo patologico, clinic*, educator* e famiglie dovrebbero imparare a porre (e a porsi) domande diverse da quelle standard:

  • La gestione del tempo e delle priorità. Quanti giorni alla settimana e quante ore al giorno sono dedicati all’allenamento? Si sta rinunciando attivamente a impegni sociali, affettivi, scolastici o lavorativi pur di non saltare una sessione? L’esercizio fisico ha sempre e comunque la priorità assoluta rispetto alle relazioni umane?
  • L’impatto emotivo dell’imprevisto. Cosa accade a livello psicologico quando un contrattempo costringe a saltare un allenamento o a modificare un pasto programmato? Emergono vissuti di colpa, ansia acuta, irritabilità o panico?
  • La tolleranza del dolore. Ci si allena anche in presenza di infortuni, dolori articolari o stati febbrili? Il concetto di “giorno di riposo” è contemplato o viene vissuto come un fallimento morale?
  • Il monopolio cognitivo. Su una scala da 0 a 10, quanta energia mentale viene consumata quotidianamente dai pensieri sul corpo, sulle calorie, sulle macro-nutrizioni e sullo specchio? La mente è costantemente monopolizzata da queste metriche?

Smantellare l’illusione della disciplina del corpo maschile

Finché la società continuerà a confondere l’ossessione con la determinazione e la dismorfofobia con il rispetto di sé, continueremo a lasciare soli milioni di ragazzi. È necessario decostruire il mito tossico secondo cui l’identità e il valore di un uomo dipendano dalla capacità di piegare il proprio corpo a standard biomeccanici disumani.

Il corpo maschile non è un software da ottimizzare all’infinito, né un problema ingegneristico da risolvere. Riconoscere che la sofferenza emotiva e l’insicurezza profonda possono nascondersi anche dietro un addome scolpito e una mascella definita è il primo, fondamentale passo per scardinare questo tabù e offrire, finalmente, il diritto alla vulnerabilità e alla cura.

L’articolo è stato scritto da Giovanna, volontaria dell’Associazione 

Contenuto a cura di Animenta

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