Quello della gravidanza è indubbiamente un periodo delicato tanto per la madre quanto per il bambino che porta in grembo. È una fase segnata da profondi cambiamenti di tipo fisiologico per la donna, nella quale il suo corpo si prepara ad accogliere il futuro nascituro modificando il proprio contesto ormonale, metabolico e morfologico (1).
Anche circostanze di forte stress psicologico e/o fisico inducono dei cambiamenti nell’organismo e tra queste rientrano anche i disturbi del comportamento alimentare.
Durante questa fase di totale dipendenza del feto dalla madre, accade che entrambi risentano dei danni causati da queste patologie. Dai dati emerge che non si tratta di un problema marginale: nel 2013 è stato stimato che circa una donna su 20 ha sofferto di DCA durante la gravidanza (2).
La maggior parte delle ricerche si è concentrata sulle analisi di pazienti con diagnosi di anoressia o bulimia nervosa, sebbene la categoria dei disturbi alimentari con altra specificazione (anche chiamati “OSFED”) rappresenti il sottotipo con la più alta incidenza riportata (3).
Quali sono i pericoli di un DCA in gravidanza per la mamma?
Nel corso degli studi sono emersi vari rischi che le donne incinte con disturbi alimentari corrono maggiormente rispetto a coloro che non ne soffrono.
Le problematiche riscontrate dalle pazienti incinta con anoressia sono, infatti, numerose: ipotermia, ipotensione, aborti spontanei, nascite premature e ridotta crescita intrauterina dell’embrione sono tra quelle più spesso riscontrate (4,5). Anche la bulimia nervosa comporta dei danni: per le donne incinte che ne soffrono è stata riportata una maggiore incidenza di depressione post-partum, aborti e nascite premature (6).
Quali sono i rischi di un DCA in gravidanza per il bambino?
Anche il nascituro corre seri rischi. Soffrire di DCA in gravidanza può infatti recargli enormi problematiche.
La carenza di vitamine e altri micronutrienti, derivata da una dieta insufficiente e restrittiva comune alle pazienti con anoressia nervosa, rappresenta un grave pericolo per lo sviluppo del sistema nervoso del feto. In particolare, un apporto inadeguato di vitamine di tipo B-2, B-6 e B-12, oltre a una carenza di colina, betaina e acidi grassi polinsaturi di tipo n3, sono stati correlati a difetti nello sviluppo e nella chiusura del tubo neurale, struttura da cui deriverà il sistema nervoso centrale (7).
Anche deficit di vitamina D portano a danni significativi, dato il suo coinvolgimento nel metabolismo del glucosio, nella regolazione della proliferazione cellulare e nelfunzionamento del sistema immunitario, oltre che del suo ruolo più conosciuto nel regolare il metabolismo osseo (8).
Diversi studi hanno evidenziato che i disturbi del comportamento alimentare possono influenzare vari aspetti dello sviluppo prenatale. Sembrerebbe, infatti, che possano incidere anche sulla probabilità di avere un figlio maschio o femmina. In particolare, è stata osservata una maggiore probabilità di avere figli maschi nelle donne con binge-eating disorder, mentre il contrario si riscontra tra le pazienti con anoressia o bulimia nervosa (4).
Per quanto riguarda il peso alla nascita è stato osservato che la presenza di disturbi alimentari nella madre è associata ad alterazioni significative di questo parametro. Le donne che soffrono di anoressia o bulimia nervosa tendono a partorire bambini con un peso alla nascita più basso rispetto alla media, mentre quelle con binge-eating disorder hanno una maggiore probabilità di dare alla luce neonati con un peso superiore alla norma. (6). Aumentava, inoltre, il rischio di una nascita prematura rispetto alla data prevista e di microcefalia nei bambini, sia per pazienti con anoressia nervosa che con gli altri sottotipi di disturbi alimentari (9).
Una prima ipotesi
Non è ancora stata trovata una spiegazione certa per questo, ma tra le cause ipotizzate, oltre all’inadeguata alimentazione materna, ci sono gli alti livelli del cortisolo, l’ormone dello stress, riscontrati in donne con un disturbo del comportamento alimentare(3). È risaputo, infatti, che disfunzioni nella regolazione del cortisolo dovute a stress cronico, malattie e anche invecchiamento hanno profonde implicazioni per l’organismo.
Un’ulteriore possibile causa
Un’altra conseguenza della presenza di elevati livelli di cortisolo sembrerebbe essere un’aumentata risposta allo stress da parte del bambino (a causa di un’alta concentrazione dell’ormone anche nel suo organismo), che sarebbe legata a una minore estroversione tra il primo e il secondo anno di vita (10). Questa minore vivacità è interpretata come segno di un temperamento ritenuto “difficile”, per via di una percezione più intensa da parte del figlio di emozioni come irrequietezza, irascibilità e tristezza (11). Questa accentuata espressione di emozioni “negative” è plausibilmente facilitata dalla pesante e persistente presenza di preoccupazioni riguardo il cibo, il peso e la forma corporea. Queste, infatti, tendono a occupare anche parte delle energie mentali che altrimenti sarebbero maggiormente spese nella disponibilità alle cure e responsività verso il piccolo (11). Le ripercussioni non si fermano al solo periodo della gravidanza.
Gli effetti di un DCA nella madre non si limitano al periodo della gravidanza
La letteratura scientifica suggerisce che gli effetti del DCA non si fermino alla sola gravidanza, ma abbiano un impatto ancora più profondo sullo sviluppo dei figli, a livello sia cognitivo che psicologico che sul piano del comportamento alimentare. I figli di madri con anoressia o bulimia nervose presentano un rischio più elevato di sviluppare disordini del linguaggio come anche mutismo selettivo (12) e problemi nella gestione delle emozioni (13), che si manifestano a diverse età (14,15).
Inoltre, in uno studio del 2018 è stata vista una correlazione tra madri con binge-eating disorder e lo sviluppo da parte del figlio di disturbi dello spettro autistico (16). È stata osservata una maggiore probabilità di sviluppare obesità infantile nei figli di madri con obesità. Oltre a questo, l’obesità materna è anche stata correlata a punteggi bassi del quoziente intellettivo nei bambini, forse causati dall’alta presenza di molecole infiammatorie a livello dell’ippocampo, nel cervello, oltre che una riduzione sia nella lunghezza che nel numero di neuroni in questa regione (17). Queste alterazioni sarebbero incentivate, si ipotizza, da una dieta ricca di alimenti grassi.
Il ruolo dell’alimentazione nei DCA, in gravidanza e oltre
Da tutto questo risulta chiara la presenza di ripercussioni importanti su un aspetto fondamentale del rapporto genitore-figlio: l’alimentazione. Oltre ad essere un bisogno primario, l’alimentazione è anche uno dei più importanti mezzi di comunicazione tra la madre e il bambino, in particolar modo durante la fase dell’allattamento (18). I livelli di ansia provati dalla madre si trasmettono nel bambino che si nutre in risposta alle richieste insistenti della madre per ricercare la sua approvazione, più che in risposta all’ascolto della propria sensazione di fame, o di sazietà (19). Un’evidenza particolarmente rilevante è stata osservare una maggiore probabilità nei figli di madri con disturbi alimentari di sviluppare un disturbo alimentare essi stessi (20), il che suggerisce che in un certo senso venga “tramandato” un rapporto conflittuale con il cibo.
Queste evidenze sono un’ulteriore dimostrazione di quanto un DCA, in gravidanza e non, non si possa ridurre a un difficile rapporto con il cibo. Sono infatti un insieme di condizioni che possono seriamente ledere alla salute della persona, oltre che incidere su una fase della vita delicata come la maternità, e addirittura avere ripercussioni su altri individui. Da questo si evince ancora di più quanto sia importante parlare di questi argomenti in modo tale da diffondere sempre più consapevolezza e aiutare chi soffre di disturbi alimentari a ricercare e ricevere il giusto aiuto e il giusto supporto.
L’articolo è stato scritto da Arianna, volontaria dell’Associazione
Fonti
1. Chandra M, Paray AA. Natural Physiological Changes During Pregnancy. Yale J Biol Med. 2024 Mar 29;97(1):85–92.
2. Easter A, Naumann U, Northstone K, Schmidt U, Treasure J, Micali N. A Longitudinal Investigation of Nutrition and Dietary Patterns in Children of Mothers with Eating Disorders. J Pediatr. 2013 Jul;163(1):173-178.e1.
3. Mantel Ä, Hirschberg AL, Stephansson O. Association of Maternal Eating Disorders With Pregnancy and Neonatal Outcomes. JAMA Psychiatry. 2020 Mar 1;77(3):285.
4. Chan CY, Lee AM, Koh YW, Lam SK, Lee CP, Leung KY, et al. Course, risk factors, and adverse outcomes of disordered eating in pregnancy. International Journal of Eating Disorders. 2019 Jun;52(6):652–8.
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9. Ruiz RJ, Fullerton J, Dudley DJ. The Interrelationship of Maternal Stress, Endocrine Factors and Inflammation On Gestational Length. Obstet Gynecol Surv. 2003 jun;58(6):415–28.
10. Martini MG, Taborelli E, Easter A, Bye A, Eisler I, Schmidt U, et al. Effect of maternal eating disorders on mother‐infant quality of interaction, bonding and child temperament: A longitudinal study. European Eating Disorders Review. 2023 Mar 5;31(2):335–48.
11. Martini MG, Barona-Martinez M, Micali N. Eating disorders mothers and their children: a systematic review of the literature. Arch Womens Ment Health. 2020 Aug 14;23(4):449–67.12. Hodes M, Timimi S, Robinson P. Children of Mothers with Eating Disorders: A Preliminary Study. European Eating Disorders Review. 1997 Mar;5(1):11–24.
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18. Silva GAP, Costa KAO, Giugliani ERJ. Infant feeding: beyond the nutritional aspects. J Pediatr (Rio J). 2016 May;92(3):S2–7.
19. Pellegrini RA, Finzi S, Veglia F, Di Fini G. Narrative and Bodily Identity in Eating Disorders: Toward an Integrated Theoretical-Clinical Approach. Front Psychol. 2021 Dec 15;12.
20. Kothari R, Rosinska M, Treasure J, Micali N. The Early Cognitive Development of Children at High Risk of Developing an Eating Disorder. European Eating Disorders Review. 2014 Mar 22;22(2):152–6.




