Quando si parla di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), l’attenzione cade spesso sulla sofferenza emotiva. Tuttavia, la letteratura scientifica evidenzia come non sia possibile intraprendere una psicoterapia significativa finché il corpo si trova in uno stato di deprivazione, a causa dei deficit cognitivi indotti dalla fame.
Come dimostrato dallo storico Minnesota Starvation Experiment, molti dei sintomi che attribuiamo alla “personalità” del disturbo (come l’ossessività, l’irritabilità e l’isolamento sociale) sono in realtà conseguenze biologiche dirette della malnutrizione.
E’ dunque fondamentale un’azione coordinata tra i diversi professionisti sanitari (medici, dietisti, psicologi) per il successo del recovery. In questo scenario, la riabilitazione nutrizionale rappresenta il pilastro biologico su cui poggia l’intera guarigione psicologica.
Cos’è davvero la Riabilitazione Nutrizionale?
La letteratura scientifica definisce la riabilitazione nutrizionale (RN) come un processo multidisciplinare volto a ripristinare non solo il peso corporeo (nei casi di sottopeso), ma soprattutto l’equilibrio metabolico, i segnali di fame e sazietà e la funzionalità degli organi compromessi dalla restrizione o dalle abbuffate.
Strategie efficaci si concentrano sull’apporto calorico e sulla pianificazione dei pasti, garantendo che i pazienti ricevano i nutrienti necessari per ripristinare la loro salute fisica e psicologica. Stabilire un fabbisogno energetico adeguato è essenziale per le persone sottoposte a trattamento per disturbi alimentari: generalmente si fissa un apporto calorico che può essere gradualmente aumentato per favorire il recupero dei tessuti e il ripristino delle funzioni vitali.
In questa fase, è importante enfatizzare l’andamento del peso non come un “fine estetico”, ma come un indicatore di salute, aiutando i pazienti a mantenere la concentrazione sul percorso di guarigione e a normalizzare fenomeni fisiologici come l’ipermetabolismo, ovvero la tendenza del corpo a consumare molta energia per riparare i danni interni.
Struttura e flessibilità: ll modello CBT-E
I programmi altamente strutturati, come quelli proposti dalla Terapia Cognitivo Comportamentale Migliorata (CBT-E) di Christopher Fairburn (2008), puntano sulla “alimentazione regolare”. Vengono così decise regole specifiche riguardanti i tipi e le quantità di cibo che i pazienti dovrebbero consumare. Questa rigidità iniziale non è fine a se stessa, ma serve a stabilizzare i livelli di glucosio e a spegnere l’allarme biologico che spinge verso l’iper-controllo o le abbuffate.
Al contrario, una pianificazione flessibile dei pasti incoraggia un graduale miglioramento delle abitudini alimentari, consentendo ai pazienti di gestire le proprie preferenze alimentari e di sviluppare autonomia nelle scelte alimentari. Questo equilibrio è cruciale per modificare l’evitamento alimentare tipico dell’anoressia nervosa e per reintrodurre gradualmente i “fear foods“, riducendo l’ansia associata ad essi attraverso l’esposizione sistematica e protetta.
Rifornire il cervello per ritrovare la libertà
In definitiva, la riabilitazione nutrizionale non serve a “ingrassare”, ma a “rifornire” il cervello della materia prima necessaria per poter pensare, sentire e, infine, affrontare il lavoro profondo della psicoterapia.
Come sottolineato dalle Linee di indirizzo del Ministero della Salute, il trattamento deve essere integrato: non si può curare la mente se il corpo non è messo in condizione di sostenerne il cambiamento. Solo ripristinando l’equilibrio biologico, la persona può finalmente smettere di “sopravvivere” e ricominciare a vivere.
L’articolo è stato scritto da Elisa, volontaria dell’Associazione




