Lavorare nella ristorazione soffrendo di DCA: sfide e speranze nate dall’esperienza

Soffrire di un Disturbo del Comportamento Alimentare (DCA) significa tante cose. Sui manuali o sui documenti ufficiali spesso i DCA sono riassunti, minimizzati, rimpiccioliti al solo elenco dei sintomi fisici o dei comportamenti che li caratterizzano. Sono pochi gli studi e i saggi che trattano i disturbi alimentari in maniera olistica, ovvero considerando ogni aspetto della vita delle persone che ne soffrono. Perchè sì, i DCA hanno una manifestazione sul corpo ed è giusto considerarla e allo stesso tempo vanno ben oltre: possono influenzare, per esempio, la dimensione lavorativa.

Ecco perchè che nasce questo articolo: cosa significa lavorare con un DCA? E, in particolar modo, cosa significa lavorare nell’ambito della ristorazione (strettamente connessa al cibo e all’alimentazione) per una persona che soffre di un Disturbo Alimentare

Partiamo da una citazione di Carlo Petrini sul tema del piacere:

“Il piacere è un diritto umano perché fisiologico.Non si può non provare piacere mangiando. Prova piacere chiunque si nutra con gli alimenti che ha a disposizione escogitando i modi migliori per renderli gradevoli”

Soffrire di un disturbo alimentare porta a convincersi di non avere alcun diritto, tantomeno al piacere e il piacere per il cibo è qualcosa di proibito, inarrivabile, vergognoso. Soffrire di un DCA che porta all’eccesso nell’assunzione di cibo porta a provare inizialmente un enorme piacere al pensiero del cibo e della sua assunzione. Un piacere che soddisfa, almeno sul momento, le mancanze. Che placa, temporaneamente, la rabbia, la sofferenza.Poi però si finisce con il sentirsi in colpa, con il sentire di aver perso il controllo, di essere un fallit*, di non meritare nulla.

Soffrire di un DCA che porta alla restrizione invece, fa si che il piacere venga vissuto come qualcosa di inarrivabile, qualcosa di non concesso. Qualcosa di cui non si ha il diritto. La persona che soffre di un DCA restrittivo non può, non riesce a provare piacere mangiando. E’ convinta di non meritarlo!

Le esperienze

Per poter rispondere davvero a questa domanda nel pieno spirito di Animenta ho deciso di partire dalle persone, dalle loro storie ed esperienze. E dalla mia.

Nell’ultima settimana mi sono messa in contatto con moltissime altre volontarie dell’Associazione. Con coraggio hanno deciso di aiutarmi ad avere una visione più completa rispetto a questo tema. In particolar modo ho chiesto a tutte loro di parlarmi delle sfide che hanno incontrato nel lavorare, per esempio, in un ristorante o in un bar, e come le hanno superate. Lavorare a stretto contatto con il cibo può essere doloroso e complesso per chi soffre di DCA? Oppure può aiutare e insegnarci qualcosa di nuovo? 

Le sfide da affrontare

Dai racconti delle varie esperienze ho potuto comprendere che la mia storia è molto simile, seppur profondamente diversa, a quella di altre persone che lavorano nell’ambito della ristorazione. È una storia complessa, dolorosa, piena di ostacoli. Ho deciso di riassumere in dei punti comuni quali sono state le varie difficoltà sperimentate dalle varie persone che ho ascoltato: 

  • difficoltà a mangiare con i colleghi: spesso si cercano dei metodi per evitare questo momento di condivisione del pasto;
  • difficoltà a cambiare la propria routine alimentare e adeguarla agli alimenti offerti ai dipendenti. Molte persone sostengono di aver sempre mangiato le stesse cose tra le opzioni offerte, scegliendo sempre la più “safe” tra quelle proposte (per “safe” si intende sia a livello calorico che anche emotivo e abitudinario). Questo per evitare di rifiutare il cibo e di deludere o offendere i propri datori di lavoro o i colleghi che hanno cucinato;
  • difficoltà a gestire i possibili commenti o l’attenzione sul proprio aspetto fisico: i commenti non devono per forza essere negativi o denigranti, ma anche le preoccupazioni o i consigli benevoli spesso sono triggeranti per chi soffre di DCA;
  • temere di non riuscire a controllarsi se, essendo continuamente circondati dal cibo, si inizia a mangiare qualcosa o temere di prendere peso solo con la vicinanza al cibo;
  • provare invidia per i clienti e per la loro tranquillità nel rapportarsi al cibo (sentendosi magari anche in colpa per questo sentimento);
  • difficoltà a controllare episodi bulimici e/o abbuffate e/o digiuni durante i turni di lavoro;

Significa sostanzialmente essere perennemente in contatto con qualcosa che consideri “nemico”, nonostante sia la cosa che più vorremmo fosse lontana. Si aggiunga poi la paura, in generale, di non riuscire a gestire le situazioni, di sentirsi a disagio, di essere giudicati.

Scoperte e nuove consapevolezze

Così come da un lato si percepisce la paura, dall’altro è possibile scoprire anche una nuova possibilità nel lavorare nel mondo della ristorazione. Magari si può imparare a riscrivere il rapporto con il cibo, come un’amicizia interrotta che si ricostruisce, attraverso i cinque sensi: dal toccare il cibo, all’annusare le pietanze, al vedere come vengono trasformate le materie prime, all’ascoltare il sugo che magari ribolle in pentola, all’assaggiare i vari piatti.

Cosa ci può insegnare, dunque, il lavoro nel mondo della ristorazione?

  • Vivere a stretto contatto con il cibo tutti i giorni può portare a comprendere che non c’è nulla di male nel cibo in sé e questo può essere il punto di inizio per guarire, passo dopo passo, il proprio rapporto con l’alimentazione. Può aiutare a capire che esistono molti modi di vedere il mondo alimentare ed è in grado di aprire la mente (e il cuore) a nuove possibilità.
  • Lavorare in una cucina insegna la magia che c’è dietro alle varie preparazioni e ai vari ingredienti dei piatti: cucinare è un atto d’amore ed è soddisfacente raccontare questo amore ai clienti. Questo permette di comprendere che il cibo è molto più di un semplice nutrimento: è una passione, è un’occasione di svago e di divertimento, è convivialità. Può essere molto di più di ciò che un disturbo alimentare ci vuole far credere.
  • Entrare in contatto con i clienti e i loro pasti può aiutarci a capire che ciò che vediamo non è per forza la realtà: la tranquillità che invidiamo nei commensali può non essere tale per loro, può essere solo una facciata. Non bisogna giudicare semplicemente da ciò che si vede.
  • Lavorare con il cibo porta ad una nuova consapevolezza del proprio DCA e del ruolo invalidante che può giocare all’interno dell’ambiente lavorativo.

Condanna o via d’uscita?

Lavorare con un DCA in un ambiente dove il cibo è il protagonista indiscusso è complesso e difficile: bisogna essere pronti ad affrontare le proprie paure e insicurezze, a conoscere le proprie fragilità e a mettere in dubbio le proprie convinzioni. E molto di questo dipende anche dal punto in cui la persona si trova nel corso della malattia. 

Ma può essere un’opportunità per mettersi in gioco, un piccolo passo che potrebbe avvicinare alla guarigione, una riscoperta per ricominciare daccapo, per diventare amici del cibo e di se stessi. Lavorare può farti scoprire nuovi lati di te stesso, le tue forze, le tue potenzialità: può farti vedere un lato di te che prima tenevi nascosto ai tuoi stessi occhi e, forse, anche a quelli del DCA. 

Puoi riscoprirti piano piano, conoscerti lentamente e trovare in un lavoro la spinta giusta per guarire. Perché una persona non è solo corpo: è cuore, è anima, è mente. Riscoprire se stessi in tutte queste dimensioni può essere un lenitivo, una coccola, un abbraccio che non ci siamo mai concessi: e un lavoro può essere lo specchio che ci mostra la nostra vera essenza in tutte le sue sfaccettature, compresa quella che può guarire da un Disturbo Alimentare.  

Questo articolo è stato scritto da Federica e Alessia, volontarie dell’Associazione.

Contenuto a cura di Animenta

PASTA DI SEMOLA DI GRANO DURO LUCANO

Rasckatielli

Pasta Secca 500g

Ingredienti: Semola di Grano Duro Lucano del Parco Nazionale del Pollino, Acqua.

Tracce di Glutine.

Valori Nutrizionali

(valori medi per 100g di prodotto)

Valore energetico

306,5 kcal
1302 kj

Proteine

13,00 g

Carboidrati

67,2 g

Grassi

0,5 g

Prodotto e Confezionato da G.F.sas di Focaraccio Giuseppe
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