“Questo lo farò dopo l’esame”. E’ una frase che ho detto spesso.
Rimandavo visite mediche, viaggi, uscite con le amiche, passioni. Tutto doveva essere posposto al buon esito del concorso. Fino ad allora, testa bassa e cuore spento. E non sono l’unica.
Secondo un recente sondaggio dell’American Institute of Stress, l’88% dei giovani adulti avverte ansia frequente o costante a causa della pressione di dover essere sempre produttivi.
Questo perché la società non aspetta e, anzi, manda chiari segnali di come l’importanza di una persona si misuri su quante cose faccia, su quanti risultati abbia raggiunto, su quanto sia lungo il curriculum.
E allora non ci si può fermare finché non si è raggiunto quella bandierina, che a volte è solo la prima.
Sovrapposizione tra autostima e produttività
E’ la cultura della frenesia quella che viene innescata sin da piccoli. Ridurre le ore di educazione fisica nella scuola pubblica, la ricreazione e il riposo pomeridiano così da dedicarsi allo studio, ai compiti.
E se i voti sono bassi ci possono essere le punizioni perché non si è fatto abbastanza.
Può svilupparsi, dunque, un senso di frustrazione, confondendo l’autostima con la produttività. Il “non fare” viene associato al “non valere”.
Del resto, la frase che spesso si rivolge alle persone non è “come stai?”, ma “cosa stai facendo ora?”.
Più le persone sembrano indaffarate, più la gente si congratula ed è proprio questo meccanismo a generare il parallelismo tra il proprio valore e i risultati raggiunti.
La trappola del successo sui social ci impedisce di riposare
I social sono uno strumento con cui le persone veicolano informazioni. Ebbene, la maggior parte delle notizie decide di condividere sono quelle inerenti ai propri successi. “Altro traguardo raggiunto”, “Dopo tutti i sacrifici, il duro lavoro ripaga”.
E’ difficile, invece, trovare qualcuno che festeggi il proprio insuccesso. Non si trovano foto in cui si dice “Oggi non ce l’ho fatta”, perché non farcela vuol dire non valere niente, vuol dire non essere amabile.
Meritare il riposo
In questa vita da performance anche riposare va meritato.
Basti pensare che alcune persone abbiano rivalutato la pandemia Covid-19 come un momento per ritornare in connessione con sé stessi e riposare. Ad aprile del 2021, sul New York Magazine è stato pubblicato “The People Who Don’t Want to Return to Normalcy,” che riportava dichiarazioni come “per la prima volta avevo una scusa per non fare niente… Ma mi sento in colpa a dirlo.” Su Cut, poi, un lettore ha ribadito: “non mi sento pronto alla fine dell’isolamento.” Il Wall Street Journal ha parlato di fine delle fasi più intense della pandemia come del “ritorno all’ansia.
L’unica legittimazione al riposo viene ricollegata al sacrificio e all’eccessivo lavoro. L’alternativa è avere l’obbligo di fermarsi, come nel caso di una malattia o di una pandemia.
Riposare come diritto in quanto esseri umani
Tricia Hershey, fondatrice del Nap Ministry e autrice di “Rest Is Resistance: A Manifesto“ (Il riposo è resistenza: un manifesto) ha sfidato i dogmi del capitalismo, celebrando l’atto del riposare come “cura dell’anima” rigenerante.
Il riposo non è la ricompensa per il duro lavoro, non è una semplice interruzione passiva delle attività. Riposare è un diritto fondamentale inerente alla persona in quanto esistente, a prescindere da ciò che fa o raggiunge.
Il riposo è lo strumento di resistenza per non farsi trascinare dal culto della produttività.
Si pensi che, anche nello sport, il riposo è considerato un processo dinamico e profondamente rigenerativo, orchestrato finemente dal sonno. Durante le ore di quiete, il corpo si dedica attivamente al recupero. L’intensa attività fisica, pur essendo benefica, provoca inevitabilmente delle microlesioni alle fibre muscolari. È proprio durante il momento in cui si sceglie di riposare che l’organismo si mobilita per riparare e rigenerare questi “danni”, un passaggio cruciale per la crescita muscolare e la prevenzione di infortuni.
Il riposo, dunque, è essenziale per la salute.
Richiamando le parole di Tricia Hershey che, all’avvento dell’anno 2026, ha esordito su Instagram con questa frase: “Non devi finire l’anno forte. È un’altra menzogna capitalista. Devi finirlo vivo e integro”.
Solo scegliendo di riposare ci si oppone ai meccanismi che sin da piccol* portano a dover porsi degli obiettivi per sentirsi viv*; a ciò rispondiamo con la decelerazione, radicando meccanismi opposti di coping sani, che consentano di rigenerare il nostro organismo, scegliendo di vivere e non lavorare per doverlo meritare.
L’articolo è stato scritto da Maria Jòse, volontaria dell’Associazione




