Mi chiamo Ele, ho 16 anni e volevo scrivere della mia anoressia nervosa.
Avrei voluto raccontare l’anoressia nervosa in un certo modo…
Sono passati tre mesi da quando ho deciso di scrivere questo articolo e fino a oggi non sono riuscita a fare altro che digitare parole sulla tastiera e cancellare ogni cosa dopo un paio di paragrafi. Non mi manca il coraggio e ricordo bene ogni cosa, ma ogni volta ricomincio tutto da capo.
Avevo deciso di raccontare la mia anoressia nervosa iniziando dalla prima volta che mi sono pesata su una bilancia. Volevo descrivere nei minimi dettagli cosa ho provato e quanto quei numeri mi facessero sentire troppo e non abbastanza allo stesso tempo. Avrei continuato parlando di come mi ha fatta sentire bene vedere quel numero scendere, di quando mia mamma si è messa a piangere per la prima volta, di come mi sono sentita in colpa, ma felice. Volevo parlare di quanto l’ho odiata, perché lei poteva saltare i pasti, essere magra, fare ginnastica e io no. Del ricovero e tutto l’inferno che ho vissuto quel mese, dei tagli. Delle manie che sono diventate il modo per non pensare ma che, allo stesso tempo, mi costringevano a sopravvivere, facendomi dimenticare quanto stavo perdendo.
Ma poi mi sono accorta che sarebbe diventato un banale elenco di eventi tristi, deprimenti e senza alcuno scopo se non quello di narrare una storia già vissuta e poco interessante. Mi sono accorta che forse chi sta leggendo questo articolo queste cose le sa già. Forse le ha vissute o le sta vivendo e, probabilmente, non ha nessuna voglia di sentirsele raccontare. A essere sinceri neanche io ho tanta voglia di scrivere quanto sono stata male e di rivivere la cronologia della mia malattia. Probabilmente avrei versato qualche lacrima nel farlo, questo sarebbe diventato un articolo di cronaca, di quelli che si leggono sul giornale e non sarei riuscita a trasmettere niente.
La speranza dopo l’anoressia nervosa
Quindi ho deciso che voglio parlare di altro. Di cosa è successo dopo. Della speranza.
Voglio raccontarvi di quando ho finalmente avuto il coraggio di parlare con mia zia. Il pianto liberatorio dopo aver mandato a quel paese il mondo. Provare a descrivere il ridere senza motivo, anche se magari avevo preso un kilo. Come ho imparato a sopportarmi. Voglio parlare della prima volta che sono uscita a mangiare dopo non so quanto tempo. Di quando ho guardato quel biscotto e mi è venuta fame, così senza sentirmi in colpa ho deciso di mangiarlo e di non compensare dopo. Voglio raccontarvi il giorno in cui sono tornata a scuola e i miei compagni mi hanno fatto un cartellone e una torta che non ho accettato, ma che mi faceva sempre meno paura. Di quando ho capito di dovermi allontanare da mia madre, perché anche lei doveva ritrovarsi. Voglio raccontarvi il mio primo bacio e la libertà che si sente in una corsa senza orologio e senza regole, magari in compagnia.
Il coraggio che ho capito di avere quando ho deciso di scrivere questo articolo. Voglio trasmettere la speranza.
La presa di consapevolezza e la guarigione
Probabilmente starete pensando che sono solo parole e che tutto questo è facile da pensare solo per chi ormai ha superato i suoi problemi. E avete ragione. È quasi impossibile trovare la speranza quando l’unica cosa che si vede è una bilancia o un fisico imperfetto.
Quando stavo male, pensavo che avrei trascorso il resto della mia vita a correre con un timer in mano e a sbriciolare i biscotti di nascosto per mangiarne il meno possibile. Avrei vissuto le mie giornate pensando solo a trattenere la pipì fino alla visita dalla dottoressa, per pesare di più e per illudermi di avere tutto sotto controllo.
Ma proprio quando stavo così male da non avere più niente da perdere mi sono accorta di stare perdendo la cosa più importante che avevo.
La mia vita.
Non era lei a scapparmi dalle mani, non era lei a voltarmi le spalle. Ero io che mi stavo nascondendo e stavo perdendo giorni, anni, stavo sprecando ciò che pensavo di controllare. Stavo buttando nel cestino quello che organizzavo, controllavo, pesavo e misuravo. Non me ne stavo prendendo cura. Me ne stavo privando.
Non ho iniziato a mangiare da un giorno all’altro, non ho smesso di cronometrare, ordinare e disperarmi subito dopo avere realizzato tutto questo. Mi ci sono voluti anni e fatica, rinunce, momenti di sconforto, ricadute. Ho passato giornate intere a piangere, ho pensato di non farcela.
Ma appena un raggio di speranza inizia ad infiltrarsi nella mente pian piano ti accorgi che ne vale la pena. Che niente è per sempre e che anche il dolore ha una fine. Sono guarita giorno dopo giorno, mese dopo mese, lacrima dopo lacrima, caduta dopo caduta. Ma ce l’ho fatta.
Oggi vedo Ele
Non sto dicendo che appena sono guarita dall’anoressia nervosa la mia vita è sempre felice e senza preoccupazioni, anzi. Piango ancora e ci sono momenti in cui vorrei che il mondo si fermasse e stesse al mio ritmo o in cui andasse più veloce perché non è abbastanza. A volte sono stanca. A volte ho paura.
Ma adesso non sono la bambina che non si riconosce allo specchio, ora mi guardo e vedo Ele.
So che Ele a volte è tanto, a volte troppo. È logorroica, a volte irragionevole, testarda. Lunatica. A volte egoista e cattiva, a volte altruista e ingenua. È pigra, difficile da capire, ma tanto semplice da essere a volte banale. Io sono tantissime cose, a volte anche sbagliate. Ma sono una cosa che non cambierà mai. Una persona a cui piace vivere.
L’articolo è stato scritto da Ele, che ha raccontato la sua storia




