We like the way you move: uno spot per l’inclusione dei corpi nel movimento

we like the way you move inclusione dei corpi nel movimento

“We like the way you move” è la nuova campagna lanciata da This Girl Can e promossa dall’iniziativa Sport England. L’obiettivo che si pone è molto semplice: ridefinire il significato dell’attività fisica per le donne, partendo dai corpi femminili sottorappresentati. Così facendo si vuole dare la possibilità di movimento alle tante donne che attualmente non si sentono a loro agio nel mondo dello sport e dell’attività fisica.

Il presupposto su cui si muove è il seguente: spesso nel mondo dello sport c’è un’esclusione dei corpi, una conseguenza generata dalla creazione di una rappresentazione standardizzata del corpo femminile in movimento. La narrazione predominante delinea chiaramente quali siano le caratteristiche di questo “corpo femminile standard” che deve continuamente performare sia a livello estetico che di abitudini.

Il corpo, proprio per questo, passa dall’essere soggetto, a diventare oggetto. Finché vi sarà una narrazione che punta a riassumere i corpi in un’ unica idea di normalità, anche a costo di cancellarli, allora ci sarà sempre una visione semplicistica delle infinite soggettività che abitano il mondo.

Ma è proprio qui che la campagna colpisce. Il punto, oltre a lottare per rendere l’attività fisica un diritto e non un privilegio, è quello di dimostrare come non solo il movimento sia proprio intrinseco nel corpo attraverso le azioni quotidiane, ma anche che ogni donna, in relazione al suo corpo e alla sua quotidianità, può esercitare un certo tipo di movimento e di attività fisica finalizzata unicamente al benessere.

Questo lo vediamo benissimo nello spot. Tredici donne scelte per strada, provenienti da tutta l’Inghilterra, tutte diverse tra loro, che si muovono in maniera differente, con abitudini diverse riflettendo la loro vita reale: dalle gite in bicicletta con la famiglia, al ballo in cucina, allo yoga in gravidanza, al rugby in carrozzina, alla boxe e al calcio camminato.

Il movimento è al servizio del benessere

Lo spot ce lo mostra chiaramente: le donne che si muovono lo fanno per star bene in un perfetto equilibrio fisico e mentale. Tuttavia è innegabile che la diet culture in cui siamo immersi, ci continui a promuovere un’idea di movimento finalizzata, non tanto al benessere del corpo, ma piuttosto a una necessità di plasmarlo.

Nei disturbi alimentari questa condizione è evidente: l’attività fisica si pone come unico obiettivo di modellare e tenere sotto controllo il corpo, così che il movimento stesso perda la sua funzione di benessere, diventando obbligo, producendo stress, frustrazione e senso di colpa, come se non facendo un’attività fisica rigida, stessimo tradendo una promessa. Non ci si muove come atto di cura verso sé stessi, ma lo si fa con l’obiettivo di creare un corpo performante. Nel momento in cui subiamo questo meccanismo smettiamo di appartenerci.

Il movimento che deve produrre risultati

Seppur il settore dello sport e dell’attività fisica abbiano compiuto grandi progressi in termini di inclusione, siamo ben lontani dal riuscire a riappropriarci di una narrazione che al momento si basa su un corpo conforme che si prende il monopolio del movimento. L’idea che l’attività fisica richiami necessariamente un corpo giovane e atletico è una combinazione ancora salda nella società.

Questo promuovere un modello significa cancellare tutti gli altri, invisibilizzarli, quasi illegittimarli, facendoli vivere in una continua sensazione di colpa e di inadeguatezza. La mancanza di rappresentanza dei corpi porta come una delle conseguenze, il disagio nell’abitare certi tipi di spazi come può esserlo ad esempio la palestra, aumentando la paura del giudizio altrui.

Se il mio corpo non è conforme allora vengo in automatico esclusa dalla pratica dell’attività fisica, o meglio, diventa accettabile solo se l’esercizio fisico è un investimento finalizzato a rendere il corpo conforme, solo se produce un risultato visibile, estetico.

Un atto di cura

Qualora il movimento non producesse un risultato estetico, allora viene percepito come non producente. Ma il fatto è proprio questo, non deve necessariamente produrre qualcosa. Il movimento è prima di tutto un atto di cura verso il proprio corpo, come lavarsi i denti. Ed è per questo che appartiene intrinsecamente ad ogni corpo.

Bisogna allora ripartire da qui, riappropriandosi del corpo-soggetto rigettando il corpo-oggetto, smettendo dunque di trattarlo come un progetto da attuare e/o come un prodotto frutto di “investimenti” che spesso e volentieri ci vengono inculcati dalla diet culture che, nel tentativo di addomesticare in nostri corpi, ci fa sentire invisibilizzati, quasi non degni.

Il corpo, per la sua complessità, sia biologica che culturale, non può parlare il linguaggio del mercato, non può essere prodotto, ma mezzo attraverso cui ci manifestiamo. Il movimento dunque è innanzitutto ricerca del benessere psico-fisico e il benessere psico-fisico è una questione e un diritto che riguarda tutti i corpi, nelle loro infinite declinazioni e varietà.

L’articolo è stato scritto da Zoulikha, volontaria dell’Associazione

Contenuto a cura di Animenta

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