L’estate è la stagione delle aspettative, quelle di altr* prima di tutto: che tu sia riposat*, abbronzat*, sorridente nelle foto, liber*. E poi le tue: quelle più silenziose, che non condividi con nessuno, su come riuscirai ad attraversare settimane in cui ogni momento sembra ruotare intorno al cibo, al corpo, allo sguardo altrui.
Per chi convive con un disturbo del comportamento alimentare, la parola “vacanza” non evoca automaticamente riposo, si prospetta piuttosto una rottura: di orari, di abitudini, di riti alimentari costruiti con fatica nel tempo, di spazi sicuri. Evoca esposizione: del corpo, delle proprie difficoltà, di sé in contesti in cui è difficile nascondersi o semplicemente stare.
Questo articolo non è una guida pratica su come sopravvivere all’estate con un DCA. Qui vogliamo fare qualcosa di diverso: capire davvero cosa succede dentro, nella mente e nel corpo, quando una persona che soffre di un disturbo alimentare si trova a fare i conti con la stagione più “scoperta” dell’anno.
La routine come protezione: una vacanza con il DCA è complessa
Chi non ha mai vissuto un DCA fatica spesso a capire perché la vacanza, che per definizione rompe la quotidianità, possa essere così difficile ma la risposta sta nel ruolo che la routine svolge all’interno di molti disturbi alimentari.
La routine è struttura, prevedibilità e controllo. In chi soffre di anoressia, bulimia o binge eating disorder, i rituali legati al cibo gli orari, i luoghi, le quantità, le sequenze, spesso sono veri e propri meccanismi di gestione dell’ansia. Alterarli, anche temporaneamente, può innescare un livello di angoscia sproporzionato rispetto a quello che dall’esterno sembra un piccolo cambiamento.
La ricerca lo conferma: gli studi condotti durante la pandemia da COVID-19, un laboratorio involontario sull’impatto della distruzione delle routine, hanno documentato in modo sistematico che la perdita di struttura quotidiana è uno dei principali fattori che aggravano i sintomi dei DCA e aumentano il rischio di ricaduta. Una revisione pubblicata su Frontiers in Psychology nel 2026 che ha analizzato i dati di un centro residenziale italiano ha evidenziato come la perdita di routine strutturate, specialmente quella scolastica, si sia rivelata particolarmente dannosa, portando spesso a un peggioramento dei sintomi. Il meccanismo è lo stesso che si attiva in vacanza: meno struttura significa meno contenimento, e meno contenimento significa che le emozioni difficili trovano meno argini.
Questo non significa che le vacanze siano necessariamente un pericolo, né che debbano essere evitate, significa che chi sta attraversando un DCA ha bisogno, anche durante le ferie, di mantenere alcuni punti fermi. Non per essere rigid*, ma per non lasciare che il vuoto della struttura venga riempito dai sintomi.
Il corpo scoperto: l’estate come amplificatore
C’è qualcosa di specifico nell’estate che nessun’altra stagione replica: l’ipervisibilità del corpo con costumi da bagno, abiti leggeri, foto in spiaggia, confronto inevitabile con i corpi altrui. Per chi già convive quotidianamente con una percezione distorta del proprio aspetto fisico, questo scenario diventa un amplificatore potente.
La distorsione dell’immagine corporea che è uno dei tratti centrali di molti DCA, funziona come un filtro deformante che non si spegne in vacanza anzi, quando si è esposti a più stimoli (uno specchio in più, uno sguardo percepito come giudicante, una foto scattata da un’angolazione inattesa), il filtro può diventare più intenso. La percezione di essere “troppo” o “non abbastanza, troppo visibil*, troppo espost*, non abbastanza magr*, non abbastanza definit*“, si fa più insistente proprio quando ci si aspetterebbe di sentirsi liber*.
A tutto questo si aggiunge la pressione culturale specifica dell’estate, che chiede al corpo di essere pronto, performativo, desiderabile, leggero. I social media moltiplicano questa pressione con contenuti che promettono trasformazioni fisiche stagionali, diete pre-vacanza, corpi da spiaggia e per chi ha già un rapporto difficile con il proprio corpo, questo bombardamento non è neutro: è un contesto che può riattivare o intensificare sintomi anche in persone che stavano seguendo un percorso di cura.
Le parole degli altri: il fat talk a tavola
C’è un aspetto delle vacanze in famiglia, e delle festività in generale, che viene spesso sottovalutato nel suo impatto su chi soffre di un DCA: i commenti sul cibo, sul peso, sull’aspetto, magari detti con affetto, in maniera distratta.
La letteratura scientifica ha un nome per questo fenomeno: fat talk e body talk, espressioni che indicano quella comunicazione informale e spesso inconsapevole incentrata su corpo, cibo e peso. Una meta-analisi del 2013 ha mostrato che i commenti di familiari e pari sul cibo e sull’aspetto fisico possono influenzare significativamente il comportamento alimentare e l’insoddisfazione corporea, sia in adolescenti che in adult*.
Il problema è che in Italia i momenti vacanzieri come il pranzo in famiglia, la cena sul terrazzo o l’aperitivo in spiaggia, sono strutturalmente momenti in cui si parla di cibo: si commenta cosa si mangia, quanto si mangia, come è cambiato il corpo di qualcuno dall’ultima volta che ci si è visti. Frasi come «ma dai, mangia un po’ di più», «stai benissimo, hai perso peso!» o «ti sei rimessa un po’, bene» vengono dette in buona fede ma per chi soffre di un DCA possono avere l’effetto di una pressione supplementare in un momento già fragile: rinforzano l’attenzione sul corpo e sul cibo nel preciso momento in cui si cercherebbe di abbassarla.
Questo vale in entrambe le direzioni: i commenti sul peso perso alimentano la logica del disturbo tanto quanto quelli sul peso guadagnato e mettono i riflettori su un comportamento che la persona vorrebbe tenere fuori dall’attenzione altrui.
Rinunciare o nascondersi: due facce della stessa sofferenza
Di fronte alla complessità dell’estate, chi soffre di un DCA si trova spesso davanti a una scelta implicita tra due strategie che sembrano diverse ma condividono la stessa radice: rinunciare alla vacanza per evitare il confronto con le difficoltà, oppure partire nascondendo quello che si prova.
La rinuncia è forse la risposta più comprensibile perché se andare al mare significa esporsi, se mangiare al ristorante ogni giorno significa perdere il controllo sulla routine, se stare con la famiglia significa sentirsi osservat*, allora non andare sembra la soluzione più sicura. Il prezzo di questa sicurezza, però, è alto: la persona si isola dalle esperienze condivise, si priva di momenti di vita che appartengono a tutt*, e spesso si ritrova a rimpiangere non solo la vacanza ma anche la libertà che sente di non potersi permettere.
L’altra strategia, cioè partire fingendo che tutto vada bene, ha costi altrettanto reali: sostenere la performance della spensieratezza richiede un dispendio di energia enorme. Questa energia, che normalmente sarebbe disponibile per godersi quello che si sta vivendo, è catalizzata. E spesso la finzione non regge per tutta la durata della vacanza: arriva un momento in cui la pressione diventa troppa, e la crisi, o il sintomo, emerge proprio dove sembrava impossibile nascondersi.
Nessuna delle due strategie è sbagliata in assoluto: sono risposte comprensibili a una situazione oggettivamente difficile ma riconoscerle per quello che sono e cioè meccanismi protettivi che hanno un costo è il primo passo per cercare qualcosa di diverso.
Cosa possono fare le persone vicine a qualcuno che va in vacanza con un DCA
Chi condivide la vacanza con una persona che soffre di un DCA, un* familiare, un* amic*, un* partner, si trova spesso in una posizione difficile: vuole aiutare, ma non sa come e a volte, pur con le migliori intenzioni, finisce per peggiorare le cose senza rendersene conto.
La cosa più utile che si può fare non è sorvegliare quello che l’altro mangia, né commentare il suo corpo o il suo comportamento alimentare e non è nemmeno normalizzare forzatamente («ma dai, un gelato non ti fa niente!»), perché questo tipo di pressione, anche se affettuosa, può amplificare l’ansia invece di ridurla. La cosa più utile è creare uno spazio in cui la persona possa essere sé stessa senza dover performare né la malattia né la guarigione.
In termini concreti questo significa: non commentare il cibo nel piatto di nessuno, né quello di chi soffre, né il proprio, perché il fat talk a tavola contamina il clima collettivo. Non fare osservazioni sul corpo, in positivo o in negativo. Chiedere, con discrezione, di cosa ha bisogno e accettare che la risposta possa essere «di spazio» o «di silenzio» su certi argomenti e ricordare che il supporto più prezioso è quello che non aggiunge pressione a una situazione già sotto pressione.
La terapia per DCA non va in vacanza (e non dovrebbe)
Un elemento su cui soffermarsi è il rapporto tra vacanze e percorso terapeutico. Per molte persone in cura per un DCA, l’estate coincide con interruzioni o pause nella terapia: la routine del percorso di cura si allenta nello stesso momento in cui tutti gli altri punti fermi vengono meno.
Concordare con l* propri* terapeuta o l* propri* dietista una modalità di supporto durante le vacanze, anche solo un contatto a distanza, un piano per i momenti più difficili, non è segno di dipendenza o di incapacità ma una forma di cura di sé, esattamente come lo sarebbe per qualunque altra condizione cronica che richiede continuità di trattamento. Alcune piattaforme offrono sessioni online proprio per questo motivo: perché il lavoro terapeutico non si interrompe con il cambio di stagione.
Allo stesso modo, avere un piano non significa trasformare la vacanza in un campo di battaglia controllato ma semplicemente avere qualche punto di riferimento in più per i momenti in cui la routine salta, il confronto con il corpo diventa insostenibile, o le parole di un familiare fanno più male del previsto.
L’estate non va meritata
C’è una frase dell’ebook realizzato da Animenta e Comestai che vale la pena tenere a mente: «L’estate non va meritata: il solo fatto di esistere e di avere un corpo ti rende degn* di vivere questo periodo e godervisi serenamente ogni giornata».
È una frase semplice, ma tocca qualcosa di essenziale. I DCA lavorano spesso attraverso la logica del merito: puoi riposarti se hai mangiato poco, puoi andare al mare se il tuo corpo è abbastanza pronto, puoi goderti la vacanza se prima hai raggiunto un certo obiettivo. Questa logica è il disturbo che parla, non la realtà.
Godere di un’estate, anche in modo imperfetto, anche con le difficoltà, non è un premio da conquistare, è qualcosa che appartiene a tutt*, indipendentemente dalla forma del corpo, dal numero di calorie ingerite o dal rispetto di un piano alimentare. E se in questo momento è difficile sentirlo davvero, può essere utile sapere che non si è sol* in questa fatica, e che chiedere aiuto è la cosa più coraggiosa e sensata che si possa fare.
Nota sui dati
I riferimenti scientifici citati in questo articolo provengono da letteratura peer-reviewed e fonti cliniche specializzate disponibili al momento della redazione. Gli studi sulla disruzione della routine e i DCA fanno riferimento principalmente a ricerche condotte in contesto pandemico, i cui meccanismi sono però riconosciuti dalla letteratura come applicabili ad altri contesti di rottura della struttura quotidiana. Il fat talk e il body talk sono fenomeni documentati da una letteratura consolidata, a partire dalla meta-analisi di Marcos (2013) citata nel testo.
Fonti
Centro Lilac – Dott. Giuseppe Magistrale, “DCA, vacanze e viaggi: strategie per chi soffre di disturbi alimentari” (2026)
Frontiers in Psychology (2026) – “Exploring the COVID-19 pandemic’s influence on eating disorders: insights from an Italian residential center” (Jeffers et al., 2022; Mentzelou et al., 2024, citati nella review)
Hoek H.W. (2025) – “The Incidence and Prevalence of Eating Disorders Between 1975 and 2024”, International Journal of Eating Disorders
State of Mind – “Diet Talk e Body Talk come fattori di rischio per i Disturbi dell’Alimentazione” (meta-analisi Marcos, 2013)
Animenta & Comestai – Ebook “L’estate, la mia” (2025)
GAM Medical – “Estate e DCA: quali preoccupazioni?” (revisione scientifica Dott. Giancarlo Giupponi, 2025)
L’articolo è stato scritto da Rossella, volontaria dell’Associazione




