Il 30 giugno si celebra il Social Media Day, la giornata che dal 2010 ricorda quanto le piattaforme social abbiano cambiato il nostro modo di comunicare, lavorare e inevitabilmente guardarci. È un’occasione che si presta facilmente a un bilancio: cosa ci hanno dato i social, e cosa ci stanno togliendo?
La risposta non è semplice, perché i social non sono né un nemico né un alleato in assoluto. Essi sono uno spazio che amplifica ciò che già esiste, tanto le connessioni quanto le insicurezze, tanto il supporto quanto il confronto tossico.
Per chi convive con un disturbo del comportamento alimentare, o per chi semplicemente ha un rapporto fragile con il proprio corpo, questa ambivalenza si fa sentire con particolare forza. In questa sede non si vuole demonizzare uno strumento che fa parte della vita quotidiana di miliardi di persone, ma di capire come restare a galla: come usare i social senza che siano loro a usare noi.
Cosa dice la ricerca: il confronto continuo come motore del disagio
Le ricerche più recenti confermano che chi lavora nel campo dei DCA conosce bene: i social media non sono causa diretta di un disturbo alimentare. La loro origine è multifattoriale, ma costituiscono un terreno fertile in cui le vulnerabilità già presenti trovano spazio per crescere. Una revisione sistematica pubblicata su Body Image nel 2025, firmata dall’Università di Palermo insieme a collegh* francesi e statunitensi, ha confermato che l’uso intenso dei social è associato a una maggiore tendenza al confronto sociale, che a sua volta alimenta insoddisfazione corporea e sintomi di disturbi alimentari.
Il meccanismo alla base si chiama “confronto verso l’alto”: tendiamo a paragonarci a chi percepiamo come migliore di noi su una certa dimensione, in questo caso l’aspetto fisico. Sui social questo confronto non è occasionale come poteva essere sfogliando una rivista patinata: è continuo, ventiquattr’ore su ventiquattro, e coinvolge corpi che spesso non sono nemmeno reali, ma il risultato di filtri, editing e, sempre più spesso, intelligenza artificiale generativa.
Una ricerca del 2025 ha rilevato che bastano pochi minuti di utilizzo di app con filtri per alterare l’immagine percepita del proprio corpo, aumentando l’insoddisfazione corporea già dopo una breve sessione. Il problema è quindi quanto velocemente il nostro cervello inizia a trattare quell’immagine alterata come un punto di riferimento normale, oscurando la consapevolezza che dietro quel volto o quel corpo perfetto c’è una post-produzione.
L’algoritmo non è neutrale: come si finisce in una spirale
Uno degli aspetti meno conosciuti, ma più rilevanti, riguarda il modo in cui gli algoritmi delle piattaforme amplificano l’esposizione a contenuti su peso e forma del corpo. Una ricerca pubblicata nel 2024 sulla rivista Body Image ha confrontato gli algoritmi di TikTok mostrati a persone con un disturbo alimentare rispetto a un gruppo di controllo senza diagnosi, evidenziando come il sistema tenda a offrire contenuti sempre più centrati sul corpo e sul cibo a chi mostra anche un minimo interesse iniziale per questi temi.
Il funzionamento è semplice da descrivere e insidioso da vivere: l’algoritmo non distingue tra curiosità sana e vulnerabilità. Una persona può cercare “ricette sane” e ritrovarsi, nel giro di poche settimane, con un feed dominato da contenuti su digiuno intermittente, allenamenti estremi o trasformazioni corporee. Gli esperti parlano di un “loop digitale” che si autoalimenta: più clicchi, più il sistema ti propone contenuti simili, più quei contenuti diventano la tua normalità percepita.
A complicare il quadro c’è la persistenza di contenuti pro-DCA che eludono i sistemi di moderazione. Una revisione del 2025 ha documentato come questi contenuti sopravvivano su diverse piattaforme quali TikTok, Instagram, Telegram, proprio perché si presentano sotto forma di linguaggio codificato. Essi non parlano apertamente di restrizione o compensazione, ma di “disciplina”, “pulizia alimentare”, “stile di vita”. Hashtag e parole chiave cambiano costantemente per evitare i filtri automatici, rendendo il fenomeno difficile da intercettare anche per chi modera attivamente le piattaforme.
Chi rischia di più, e perché non significa che gli altri siano al sicuro
Non tutt* le persone sono esposte allo stesso modo a questi rischi. Adolescenti e giovani adult* restano la fascia più vulnerabile, perché il cervello in questa fase è particolarmente sensibile al bisogno di approvazione sociale e di appartenenza. A questo si aggiungono caratteristiche individuali che aumentano la vulnerabilità: tendenze perfezionistiche, una storia di insicurezza corporea preesistente, l’appartenenza a comunità, come il mondo sportivo agonistico, in cui le pressioni estetiche assumono forme specifiche e spesso più intense.
Ma sarebbe un errore pensare che il rischio riguardi solo chi è già fragile. La letteratura più recente sottolinea che l’esposizione continuativa a contenuti incentrati sull’estetica può aumentare la probabilità di sviluppare sintomi di disturbo alimentare anche in chi non presenta fattori di rischio evidenti in partenza. In altre parole: nessun* è davvero al riparo. Il meccanismo del confronto sociale è una caratteristica universale della psicologia umana, non una vulnerabilità individuale isolata.
Il rovescio della medaglia: quando i social aiutano
Sarebbe disonesto raccontare solo la parte oscura. I social media hanno reso possibile anche qualcosa che prima era molto più difficile: trovare altre persone con esperienze simili, sentirsi meno sol* in un percorso di guarigione, accedere a informazioni corrette quando vengono condivise da professionist* qualificat*.
I cosiddetti profili recovery, gestiti da persone che stanno attraversando o hanno attraversato un DCA, sono diventati per molt* un punto di riferimento prezioso. Essi non sostituiscono la terapia, ma offrono un senso di comunità che può fare la differenza nei momenti più difficili di un percorso di cura. Allo stesso modo, è cresciuta negli ultimi anni la presenza di terapeut* e divulgator* che usano i social per offrire informazioni accurate, contribuendo a normalizzare la richiesta di aiuto.
Anche i movimenti culturali nati e diffusi attraverso i social, come la body positivity e, più recentemente, la body neutrality hanno contribuito a portare nel discorso pubblico una rappresentazione dei corpi più ampia di quella offerta dai media tradizionali. Non sono soluzioni risolutive né esenti da critiche, ma hanno aperto uno spazio di conversazione che prima non esisteva.
Come restare a galla: strategie che funzionano davvero
Non esiste una formula magica per avere un rapporto perfetto con i social. Nonostante ciò la ricerca e l’esperienza clinica concordano su alcune strategie che riducono concretamente il rischio di un impatto negativo.
Curare attivamente il proprio feed è probabilmente l’azione più efficace e meno faticosa da mettere in pratica. Smettere di seguire o silenziare account che generano sistematicamente sentimenti di inadeguatezza non è un atto di debolezza, ma un gesto di igiene mentale. Al contrario, seguire profili che mostrano corpi diversi, che parlano di salute in modo non ossessivo, che offrono contenuti educativi basati su evidenze, aiuta a ribilanciare quello che l’algoritmo tende a proporre.
Riconoscere i propri trigger personali è un secondo passo importante. Non tutt* reagiscono agli stessi contenuti nello stesso modo. Per alcun* sono i video di trasformazione corporea, per altr* i contenuti su “cosa mangio in un giorno”, per altr* ancora le pagine di fitness estremo. Imparare a riconoscere quando un contenuto specifico genera ansia o vergogna è il primo passo per interrompere il ciclo prima che diventi automatico.
Introdurre pause consapevoli, più che limiti rigidi di tempo, sembra avere un impatto più sostenibile nel lungo periodo. Non si tratta di vietarsi i social, ma di chiedersi periodicamente: come mi sento dopo aver scrollato per venti minuti? Questa domanda, semplice quanto può sembrare, aiuta a recuperare un minimo di consapevolezza in un’attività che è pensata per essere automatica e priva di attrito.
Infine, ricordare attivamente che ciò che vediamo è costruito aiuta a mantenere una distanza critica. Non è un esercizio scontato. Anche sapendo razionalmente che un’immagine è filtrata o frutto di editing, il cervello tende comunque a registrarla come punto di riferimento visivo. Per questo motivo, esporsi consapevolmente a contenuti che mostrano il dietro le quinte, il “prima e dopo” di un filtro, le pose di scena di un servizio fotografico, le ore di preparazione dietro un video di un minuto, può aiutare a ricostruire un rapporto più realistico con quello che si vede online.
Quando il confine è già stato superato
Alcuni segnali meritano attenzione particolare. Se scrollare i social genera sistematicamente ansia o tristezza, se si modifica il proprio modo di mangiare o allenarsi dopo aver visto certi contenuti, se si fatica a smettere di guardare nonostante il malessere che ne deriva, può essere utile parlarne con un* professionista della salute mentale. Non è necessario aspettare che la situazione diventi grave per chiedere supporto: intervenire presto rende tutto più semplice.
I social media non sono il problema in sé, e non sono nemmeno la soluzione. Sono uno spazio che riflette e amplifica le dinamiche culturali e personali che già esistono. Conoscerne i meccanismi, l’algoritmo, il confronto, la natura costruita delle immagini, non elimina il rischio. Allo stesso tempo, però, ci dà uno strumento in più per scegliere consapevolmente come abitare quello spazio, invece di lasciarci scegliere da esso.
Nota sui dati
I dati e gli studi citati in questo articolo provengono da fonti scientifiche e divulgative disponibili al momento della redazione. Le ricerche su social media e disturbi alimentari sono un campo in rapida evoluzione. Per questo i risultati possono variare in base ai metodi di studio, alle piattaforme analizzate e ai contesti culturali considerati. I numeri riportati sono da intendersi come indicativi dell’esistenza di un fenomeno, non come stime definitive e universali.
Fonti principali
Ruiz-Centeno et al. (2025). Revisione su contenuti pro-DCA sulle piattaforme social.
Equip Health – “The Link Between Social Media and Eating Disorders: What Parents Should Know” (2026)
Psychology Today – “Can Social Media Algorithms Exacerbate Eating Disorders?” (J. Alleva, 2024)
L’articolo è stato scritto da Rossella, volontaria dell’Associazione




