Guarire è una maratona: la riflessione di Giuseppe

guarire è una maratona

«Ho sentito il click».

È una frase che sento spesso, ma faccio fatica a crederci. Non penso che esista un istante magico in cui tutto cambia all’improvviso. La guarigione non è un colpo di spugna che cancella il passato: è più una trattativa continua con sé stessi. Non si torna ad avere una lavagna bianca, ma si impara a scriverci sopra parole nuove, più chiare, anche se sotto si intravede ancora quello che c’era prima.

Quando una malattia diventa parte di chi sei, cambiare sembra un’impresa impossibile. Immaginiamo questo “click” come un interruttore che si può premere una volta sola. Invece, la verità è che non abbiamo un’unica chance per stare bene: possiamo ricominciare ogni volta che il respiro si calma. La vita non è una gara da vincere da soli, ma un giardino da curare con pazienza, accettando che ci siano periodi difficili.

Oltre la dicotomia del “tutto e niente”

A volte stare male diventa quasi un rifugio comodo. È una specie di “protezione” che ci illude di avere il controllo su cose a cui non sappiamo dare un nome. In questo contesto, l’idea di cambiare fa paura. Se sei il primo a non crederci, tutto sembra insormontabile e finisci per pensare che tu e il tuo disturbo siate la stessa cosa.

Io tendo a vedere tutto bianco o nero: o il buio totale o la luce perfetta. Ma oggi non cerco la perfezione, cerco solo qualcosa di vero, anche se ancora un po’ instabile. Il punto è proprio questo: smettere di pensare “o tutto o niente”. Aspettare il momento perfetto per cambiare ci tiene fermi, bloccati dalla paura di fallire ancora e restare con un pugno di mosche.

Accettare di esporsi per guarire

L’equilibrio che cerco non ha nulla di epico. Non è un esplosione che spazza via il passato, ma somiglia più al restauro di una casa fragile. Non c’è un interruttore che accende tutto subito: c’è solo l’impegno di chi, ogni mattina, ripara un pezzetto di muro o una finestra per far girare l’aria. È fatto di gesti minimi. Significa accettare che qualche crepa resterà sempre, ma che quella casa può comunque essere calda e accogliente.

Forse la vera svolta non è vincere una battaglia contro sé stessi, ma smettere di difendersi e iniziare a usare le mani. Uscire da quel guscio protettivo ci espone al freddo, è vero, ma è l’unico modo per sentire di nuovo il peso reale delle cose e poter dire: «Questo spazio, anche se un po’ ammaccato, è mio. È qui che vivo io».

Guarire è una maratona

Uscirne è faticoso, ma possibile. Spesso i ricoveri vengono visti con timore, ma l’esperienza insegna che sono una vera e propria palestra: un luogo dove allenarsi per tornare ad affrontare il mondo esterno, che inevitabilmente metterà alla prova le nostre emozioni.

In questo percorso, il tempo non è un nemico da rincorrere, ma il tuo alleato più prezioso. Non è tempo perso o sottratto alla vita, ma tempo investito per ricostruirsi. Guarire non è uno scatto, è una maratona che richiede pazienza: ogni giorno passato in struttura è un passo necessario per consolidare i risultati e farsi trovare pronti quando le sfide della vita torneranno a farsi sentire.

Rispettare i propri tempi significa darsi la possibilità reale di farcela, senza fretta e con radici più profonde.

L’articolo è stato scritto da Giuseppe, che ha condiviso la sua riflessione

Contenuto a cura di Animenta

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