Cosa hai pensato la primissima volta che hai guardato nello specchio e visto il tuo riflesso?
Probabilmente non lo ricordi. Anzi, potrebbe essere accaduto quando eri ancora così piccol* da non aver formulato un vero e proprio pensiero razionale, piuttosto una semplice osservazione. Hai notato come quella persona alzasse il braccio esattamente quando lo alzavi tu, o che avesse la stessa maglietta a righe, oppure lo stesso colore di capelli. Difficilmente hai pensato qualcosa che somigliasse a “Non mi piace quello che sto guardando”.
Il dare un giudizio sul proprio corpo non è un qualcosa di spontaneo, che ci viene naturale come avvertire i crampi della fame o avere voglia di farsi una bella dormita. Creare un’immagine di sé non è scontato. È un qualcosa che inizia nel momento in cui ci interfacciamo per la prima volta con un modello che proviene dall’esterno. Un ideale che ci viene presentato come apprezzabile, desiderabile, quasi obbligatorio da perseguire.
L’immagine di sé contro un ideale quasi obbligatorio
In fondo, nessun* costringe nessun altr* ad avere un certo aspetto, o un certo fisico. La sensazione di “dover” tendere a quel modello arriva, però, nel momento in cui se ne lega il raggiungimento alla propria felicità. Sarò felice solo se e quando sarò in quest’altro modo, se resto come sono non sarò mai abbastanza.
È qui che arriva il vicolo cieco di pensieri negativi in cui si cade, faticando a tornare indietro. Si diventa sempre più consapevoli di quella particolare caratteristica fisica che, ormai, ci mette a disagio. Si ha paura di salire sulla bilancia o di mangiare fuori perché l’idea di prendere peso diventa qualcosa da condannare, perché ci allontana dal modello in questione. Ci si vergogna di chiedere aiuto, perché l’ideale non chiede aiuto. Non ci piacciono le nostre gambe, i rotolini sulla pancia diventano il nostro peggior nemico, cominciamo a odiare la forma del nostro naso o quella dei fianchi.
Eppure un tempo, per essere felici, bastava correre a perdifiato con quelle gambe, giocando ad acchiapparella. Ci tamburellavamo la pancia con le mani per fare un’orchestra sinfonica di percussioni, giocando con gli amici. Eravamo content* perché con quel naso potevamo sentire i profumi più straordinari.
C’è stato un momento in cui eravamo felici del nostro corpo proprio perché era il nostro, e ci permette(va) di vivere le esperienze più disparate e sperimentare cosa significava vivere.
Nessun giudizio, nessun voto. Solamente vita.
Il problema è ancora più spinoso perché la critica non si ferma al mero aspetto esteriore. Ci si biasima interamente, si estende la condanna anche al sé non corporeo, arrivando a decretare un verdetto implacabile che non lascia scampo. E da questa durezza che si ha con sé stess* possono iniziare i malesseri che possono sfociare nei disturbi alimentari.
Rendersene conto è il primo piccolo (ma allo stesso tempo enorme) passo che si può fare per uscirne. Diventare consapevoli di ogni momento di critica verso il proprio corpo, solo perché è fatto in quel modo, e non somiglia a ciò che “dovrebbe”. Lavorare per migliorare la nostra immagine di sé. Cercare di ridimensionare questa sensazione negativa, e concentrarsi invece su tutto ciò che di bello il nostro corpo ci permette di fare, liberarlo da questo ingrato compito di essere ciò che non è.
Tornare bambin* per curare l’immagine di sé
Quanto è bello scorgere il loro volto tra la folla, o riconoscerle da dietro per il modo in cui camminano. Vorremmo che fossero diverse da come sono? Se la risposta è no, perché dovremmo volerlo per noi? Trattarsi come una persona cara può richiedere una sorta di allenamento, non è sempre facile. Quello che è certo, però, è che ripaga sempre.
E allora, forse, dovremmo davvero provare a tornare un po’ bambin*, ed essere content* perché si è, e trattare il nostro corpo come un mezzo di cui avere cura, con il quale esprimerci e vivere le nostre giornate al massimo per vivere la felicità, non l’apparenza di possederla.
L’articolo è stato scritto da Arianna, volontaria dell’Associazione




