I DCA sono malattie complesse e sfaccettate, quasi sempre accomunate da pensieri riguardanti il cibo, il peso e l’immagine corporea. Tuttavia, proprio per la loro complessità e unicità (nel senso che non tutti i pazienti sviluppano gli stessi sintomi, con la stessa intensità), ci sono molti altri aspetti da tenere in conto per il percorso di cura.
Un aspetto spesso erroneamente trascurato è quello della sessualità, del desiderio e dell’intimità.
Una persona affetta da DCA è infatti familiare con domande del tipo:
- «Perché mi sento così disconnesso/a dal mio corpo?»
- «Perché non ho più desiderio sessuale?»
- «Perché l’intimità mi sembra così opprimente?»
- «Potrei essere asessuale?»
Quando parlare di DCA e sessualità crea disagio
Oltre al senso di confusione che una persona può provare di fronte a pensieri del genere, un’altra aggravante che contribuisce all’evitamento di tali tematiche è la vergogna, dato che la sessualità è ancora un tabù e dato che, spesso, non viene affrontata durante il trattamento psicoterapeutico. Quello che spesso l* pazient* non sanno è che questo tipo di dubbio è molto più ricorrente di quanto possano credere. I DCA, infatti, non influenzano soltanto la fame, ma possono avere un impatto significativo anche sul desiderio sessuale, sull’eccitazione, sulla percezione e sul vissuto del proprio corpo (embodiment) e sulle relazioni.
Cosa comporta avere un DCA per sessualità e intimità
Le ricerche dimostrano che i disturbi del comportamento alimentare possono influenzare profondamente il modo in cui una persona vive il proprio corpo e la propria sessualità, comportando spesso un basso desiderio sessuale, la rinuncia ai rapporti, la disconnessione dal proprio corpo e l’incapacità di provare piacere.
Questo non significa che l’asessualità non esista. Anzi, l’asessualità è un orientamento sessuale valido e sano. Ma essa non ha niente a che vedere con i cambiamenti nel desiderio, nell’eccitazione o nel rapporto con il corpo che un disturbo alimentare o uno stato di prolungato stress del sistema nervoso possono causare.
Nella popolazione LGBTQIA+
Per le persone LGBTQ+, queste difficoltà possono essere ancora più complesse. La comunità LGBTQ+ presenta tassi più elevati di disturbi del comportamento alimentare e di insoddisfazione corporea, spesso a causa dello stigma, dell’emarginazione, della disforia di genere o della pressione a conformarsi a determinati standard. Alcune persone transgender e non binarie possono ricorrere ai comportamenti tipici dei disturbi alimentari nel tentativo di modificare o nascondere caratteristiche corporee che provocano sofferenza. Per molte persone LGBTQ+, il percorso di guarigione significa anche imparare che il proprio corpo merita sicurezza, libertà di espressione e cura.
Quando il corpo non si è mai sentito al sicuro
I disturbi del comportamento alimentare si sviluppano come strategie di sopravvivenza e di auto-protezione ben consolidate nel tempo. E quando una persona rimane bloccata in una modalità di sopravvivenza, sentendosi costantemente ansiosa, in allerta, emotivamente anestetizzata o chiusa, il corpo tende a privilegiare la protezione anziché il piacere.
Le persone possono imparare a ignorare i segnali del proprio corpo, reprimere i propri bisogni o dissociarsi dalle sensazioni fisiche. Col passare del tempo, il corpo può essere vissuto come qualcosa da controllare, invece che come il luogo in cui vivere. Alcune persone si sentono emotivamente insensibili, provano ansia di fronte al contatto fisico o non riescono più a capire cosa desiderino davvero. Molte descrivono la sensazione di «osservarsi dall’esterno» invece di vivere autenticamente il momento durante l’intimità.
La sessualità sana, invece, richiede qualcosa di diverso: si basa sulla capacità di essere presenti, percepire le sensazioni, aprirsi all’esperienza e sentirsi connessi al proprio corpo. Il desiderio emerge più facilmente quando il corpo si sente al sicuro, non quando è costantemente sotto controllo o in stato di allerta.
Molte persone possono ritrovarsi a mantenere il sistema nervoso in uno stato di costante vigilanza. Di conseguenza, il corpo può essere percepito come esposto o insicuro. Questa insicurezza e questo timore nell’esposizione del proprio corpo, può portare alla comparsa dei sintomi di un disturbo alimentare.
Diventa quindi fondamentale ricostruire un senso di fiducia e sicurezza nel proprio corpo come parte integrante della guarigione. Questo è possibile tramite processi di interocezione ed embodiment.
- L’interocezione è la capacità di riconoscere e comprendere i segnali provenienti dall’interno del corpo, come fame, sazietà, emozioni, tensione, comfort o desiderio.
- L’embodiment indica invece l’esperienza di sentirsi presenti e connessi al proprio corpo, anziché separati da esso.
I disturbi del comportamento alimentare compromettono regolarmente entrambe queste capacità. Per questo motivo, il percorso di guarigione consiste spesso nell’imparare gradualmente che le sensazioni corporee non sono pericolose. Ciò può includere pratiche di mindfulness, l’attenzione intenzionale ai segnali di fame e sazietà, l’accoglienza delle emozioni senza cercare di controllarle o anestetizzarle e il recupero della capacità di percepire il proprio corpo in modo sicuro.
Riscoprire il desiderio oltre il DCA
È importante ricordare che riappropriarsi del desiderio non significa far aumentare la libido o diventare una persona sessualmente attiva. La guarigione non si misura dalla frequenza dei rapporti sessuali né dalle proprie prestazioni. Il vero obiettivo è sviluppare una maggiore libertà di scelta, una connessione più autentica e un senso di sicurezza nel proprio corpo. DCA e sessualità possono essere affrontati insieme.
Per alcune persone questo potrà significare ritrovare il desiderio sessuale. Altre persone, invece, possono semplicemente sentirsi meno distanti dal contatto fisico, dall’intimità o dalla vicinanza emotiva. Per le persone LGBTQ+, il lavoro sull’embodiment può anche favorire l’esplorazione del proprio genere, dell’attrazione, del piacere e dell’identità.
Il tema della sessualità manca ancora nei percorsi di guarigione
Purtroppo, la sessualità continua a essere affrontata raramente nel trattamento dei DCA. Spesso infatti viene data priorità alle problematiche mediche. Allo stesso tempo molt* pazienti evitano di affrontare l’argomento per vergogna o per timore di essere fraintes*. Le persone LGBTQ+ possono inoltre temere che alcuni aspetti della propria identità vengano interpretati come un problema oppure che la sessualità non venga affrontata in modo inclusivo e rispettoso.
Le persone meritano percorsi di guarigione che includano anche il piacere, l’intimità, l’autodeterminazione e il rapporto con il proprio corpo come aspetti fondamentali dell’esperienza umana, e non come questioni marginali.
Guarire significa imparare a smettere di sorvegliare continuamente il proprio corpo e iniziare invece ad ascoltarlo. Sentirsi improvvisamente a proprio agio o sicuro nel proprio corpo è impossibile. L’importante è che ci sia la possibilità di seguire un percorso che permette di costruire gradualmente un senso di sicurezza sufficiente per tornare a esplorare con curiosità la fame, le emozioni, la connessione con gli altri, il piacere, l’identità e il desiderio.
Questo cambiamento può far sentire vulnerabili, ma può anche rappresentare una delle esperienze più profonde e trasformative del percorso di guarigione.
L’articolo è stato scritto da Sofia, volontaria dell’Associazione




