Essere ammalat* di DCA non significa essere in balia della paura: spesso, il disturbo alimentare è proprio ciò che rende silurala nostra vita. Si traveste da certezza, da punto fermo mentre tutto sembra cambiare, e ci protegge da ciò che non comprendiamo o possiamo gestire. Il DCA chiude in una campana di vetro al cui interno si sente solo la sua voce, rassicurante e calmante, mentre tutto il resto resta lontano. Ma ci sono altri modi per gestire il dolore: se ti senti così, chiedi aiuto.
La poesia di Chiara
Nel DCA mi sentivo al sicuro…
…perché scappavo da qualsiasi cosa.
Era ormai un pattern: lo conoscevo, mi conosceva e dovevamo inseguirci, abbracciarci, fare qualsiasi cosa insieme.
Nel DCA mi sentivo al sicuro…
…e avevo l’illusione di stare bene.
Ero in estasi, in uno stato dissociativo e adrenalinico che non generava in me timore.
Nel DCA mi sentivo al sicuro…
…e pensavo di non recare alcun dolore a me stessa e soprattutto agli altri.
Invece ha quasi ucciso la mia famiglia, oltre a me.
Nel DCA mi sentivo al sicuro…
…perché il cibo era diventato la mia unica voce.
La capivo solo io, però.
Nel DCA mi sentivo al sicuro…
…la malattia era diventata la mia protezione.
Protezione da chiunque, da qualsiasi cosa e soprattutto da me stessa.
Nel DCA mi sentivo al sicuro…
…ma poi è diventato un uragano oscuro.
I colori non esistevano più.
Giravo, giravo e giravo nel vuoto ad nauseam.
Nel DCA mi sentivo al sicuro…
…ora però preferisco essere anche insicura delle volte.
Sentire quell’incertezza e farla fluire.
Stare in quell’incertezza di essere sicura.
Degli altri, ma soprattutto di me stessa.
Preferisco rischiare, buttarmi nelle cose.
Attraversare gli alti e bassi.
Anche se a volte mi manca quella simil sicurezza,
anche se nel disturbo mi sentivo al sicuro
e usavo la malattia come protezione,
preferisco vivere.
L’articolo è stato scritto da Chiara, volontaria dell’Associazione




