L’Animenta Camp apre le porte. Le ragazze arrivano una dopo l’altra. Qualcuna sorride, qualcuna abbassa lo sguardo, qualcuna cerca subito un volto familiare. Negli occhi convivono entusiasmo, stanchezza, paura, curiosità.
Scegliere le parole del Camp
Ci sediamo in cerchio.
Prima di iniziare a camminare insieme, ci chiediamo quali passi vogliamo fare.

Le parole arrivano una dopo l’altra. Ascolto. Comunicazione. Fiducia. Coraggio. Inclusione. Confini. Condivisione. Leggerezza. Rispetto. Supporto.
Qualcuno scrive: ascolta e comunica senza giudizio. Qualcun altro aggiunge: scegliamo dove incontrarci. Poi ancora: ci fidiamo del processo e lo viviamo con coraggio. C’è chi ci ricorda di prenderci cura degli spazi comuni e dell’ambiente che ci ospiterà. Chi scrive Hakuna Matata e strappa un sorriso a tutto il cerchio. E chi lascia una frase che mi rimane addosso: insieme è più bello.
Mi piace che il Camp inizi così.
Non con un elenco di regole, ma con qualcosa che assomiglia a un patto. Un patto che nasce da quello che ognuna porta con sé e che non pretende la perfezione. Ci dice solo che, per i prossimi cinque giorni, proveremo a costruire uno spazio in cui poter essere.
Con questi passi entriamo nel primo laboratorio.
Il laboratorio di teatro all’Animenta Camp
Il teatro ci mette subito davanti a una sfida semplice solo in apparenza: raccontarci attraverso quello che ci piace e quello che non ci piace. Bastano poche parole per accorgerci che iniziano ad apparire fili invisibili tra una persona e l’altra.
All’improvviso il cerchio non sembra più fatto di sconosciute.
Il primo giorno ha qualcosa di delicato. È il giorno in cui le storie non sono ancora state raccontate, i nomi si confondono, i silenzi sono più lunghi delle parole.
E forse non è un caso che il teatro ci chieda proprio di partire dai nostri piedi.
Prima ancora della voce, prima ancora delle parole, proviamo ad ascoltare quella parte di noi che ogni giorno ci porta avanti. I piedi cercano lo spazio, si muovono, si fermano, cambiano direzione. Ci chiedono di rallentare, di sentire dove siamo, di accorgerci di chi ci sta accanto.
Per qualche minuto lasciamo che siano loro a parlare.

Ogni piede racconta qualcosa di diverso: c’è chi ha bisogno di andare piano, chi vuole nascondersi, chi è arrabbiata, chi cerca un equilibrio nuovo, chi forse deve ancora fidarsi del terreno sotto di sé.
E mentre li guardiamo muoversi, penso che forse i passi che abbiamo scritto sul cartellone siano proprio questo: imparare ad ascoltarci, a rispettare il ritmo degli altri e a trovare, insieme, una direzione.
Perché al Camp non serve arrivare prima.
Arriviamo pensando di dover trovare la strada e scopriamo, invece, che la strada comincia a esistere proprio mentre iniziamo a percorrerla insieme.
L’articolo è stato scritto da Francesca, volontaria dell’Associazione




