La necessità di ripensare il nostro corpo nell’era dei social media, rappresenta una delle sfide più urgenti della contemporaneità. In un contesto in cui il dualismo mente-corpo noregge più, in cui la salute mentale determina anche la salute fisica e viceversa, c’è da farsi una comanda. Come dovrebbe essere un corpo normale? Cos’è un corpo sano? Che cosa significa davvero avere un corpo in salute? Quali sono le condizioni che determinano la salute di un corpo? Un corpo in salute necessita di una mente in salute? Sono interrogativi che a un primo sguardo sembrano di risposta immediata. In realtà queste domande nascondono una natura insidiosa in virtù di una serie di dinamiche culturali sempre più sottili e complesse, costruite attorno al concetto di “corpo” .
Il corpo-vetrina sui social media
Il corpo culturalmente viene ormai concepito come un progetto estetico da realizzare, più che come qualcosa che siamo e che abitiamo. Su di esso si riversano aspettative sociali, necessità di performare costantemente, richieste continue di miglioramento personale e di adesione a una presunta “versione migliore” di sé. In sostanza: come appare il nostro corpo determina chi siamo.
Se questa massima ha aleggiato a partire dalla seconda metà del XX secolo con la “società dell’apparenza”, è anche vero che con l’avvento dei social media tali dinamiche si sono amplificate enormemente. Spesso scambiati per semplici strumenti di comunicazione, in realtà i social network agiscono come veri e propri dispositivi che modellano desideri, abitudini e percezioni. Imponendo ideali estetici sempre più irraggiungibili, influenzano enormemente il rapporto che abbiamo con il corpo. Così si mette sempre più distanza tra ciò che siamo e l’immagine che sentiamo di dover mostrare.
Lo sguardo è costantemente rivolto all’esterno: osserviamo, compariamo, veniamo osservati e comparati. Questa esposizione continua (che poi interiorizziamo), ci porta ad assumere una postura innaturale nei confronti del mondo e di noi stessi. Il corpo diventa corpo-vetrina: deve cioè, offrire la versione migliore di noi, entrando in un meccanismo di logoramento che non ci fa mai percepire abbastanza. È proprio in questa cornice che si inserisce l’incremento dei casi di disturbi alimentari.
I social media come dispositivi di biopotere
Per comprendere quanto i social media siano centrali nella comprensione del fenomeno, è utile richiamarsi alla definizione di biopotere.
Per Foucault il biopotere è il potere che, agendo sulla società, influenza e controlla corpi, comportamenti e abitudini attraverso norme sociali, modelli culturali e pratiche quotidiane. Traslando questo logica ai social media, è possibile osservare come piattaforme, immagini e modelli estetici influenzino profondamente la percezione del corpo e i comportamenti individuali. Inq questo modo contribuiscono a imporre standard di bellezza e pratiche di autocontrollo che possono favorire l’insorgenza o la ricaduta nei disturbi alimentari.
In un’indagine condotta da Equip, vengono intervistati circa 800 adulti con un rapporto problematico con il proprio corpo. La ricerca ha evidenziato come l’uso dei social media sia centrale nell’immagine negativa che si ha del proprio corpo. Inoltre, l’indagine mostra come ciò venga favorito dall’algoritmo stesso pure quando certi contenuti vengono segnalati dall’utente. Il 70% degli intervistati, infatti, nell’ultimo anno si è imbattuto in contenuti che promuovono diete, restrizioni alimentari o comportamenti riconducibili ai disturbi alimentari, senza averli mai cercati attivamente. L’algoritmo tende a riproporre contenuti simili a quelli segnalati con maggiore frequenza.
All’interno agisce anche una logica di genere: se le donne devono essere magre gli uomini devono essere muscolosi. L’indagine ha segnalato come per le donne ci sia maggiore probabilità di imbattersi in contenuti legati all’immagine corporea che promuovono l’esaltazione della magrezza, il controllo del corpo e l’incentivazione dell’utilizzo dei farmaci per perdere peso. Ma non solo. Questi contenuti appaiono con maggior frequenza soprattutto nei periodi di vulnerabilità come il post-parto, la menopausa e le trasformazioni fisiche legate alla mezz’età. Per gli uomini invece i contenuti proposti sono sempre legati a pratiche di “bulking” e di “cutting”, ovvero le fasi di aumento della massa muscolare e di definizione fisica. In questo caso il messaggio dominante ruota attorno alla disciplina, all’ambizione e al miglioramento personale. Insomma, se non stai performando il tuo corpo, allora non sei abbastanza disciplinato.
Una questione etica
Se questa dinamica è già pericolosa di per sé, lo è ancora di più per chi soffre di disturbi alimentari e si trova in un percorso di recovery. La guarigione richiede la costruzione di un rapporto più sano con il cibo, il movimento e l’immagine corporea. Essere immersi costantemente in flussi ossessivi di contenuti significa restare continuamente esposti a immagini e messaggi tendenzialmente tossici.
Di fronte a questi dati, ciò che si rivela frustrante è che i social possiedono potenzialmente tutti gli strumenti per identificare e limitare i contenuti dannosi, ma spesso non intervengono in maniera adeguata. Una reale responsabilità etica dei social media richiederebbe che i contenuti che influiscono negativamente sulla percezione del corpo, vengano trattati con la stessa serietà riservata ad altre categorie di contenuti considerati pericolosi.
Per questo la consapevolezza diventa fondamentale. Riconoscere che ciò che appare nel proprio feed non è casuale, e che il disagio o i cambiamenti comportamentali che sperimentiamo possono essere collegati ai contenuti proposti dagli algoritmi, rappresenta un primo passo importante per emanciparsi.
Il nostro corpo oggi è un vero e proprio campo di battaglia su cui agiscono forze differenti. Il processo di guarigione significa anche acquisire gli strumenti per tutelarci e rivendicarci.
Conoscere il potere che agisce su di noi, è il primo passo per liberarci.
L’articolo è stato scritto da Zoulikha, volontaria dell’Associazione




